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martedì 17 agosto 2010

sugar baby love ovvero il mio primo sciopero

E' il 1974 l'anno in cui imperversa Sugar Baby Love dei The Rubettes, quindi sono in terza media. Sono una terribile adolescente. Tutti i miei prof della Giovanni XXIII dovranno aver tirato un bel lungo sospiro di sollievo alla fine del triennio!

Dunque, sono in III B e ne sono la leader.

Sono le dieci, manca poco all'intervallo e arriva la notizia che ci saranno due ore buche.
La prof. di matematica ci informa che si fermerà lei, faremo un compito in classe a sorpresa.
Lo dice malignamente, lei è un'equazione vivente: tanto brava ad insegnare quanto stronza nei rapporti umani. Ci chiama sempre "figli di buona madre", cretini e via dicendo. Io non ho problemi, ho nove in pagella ma mi faccio portavoce del mormorio di protesta alle mie spalle. Mi alzo e dico: "No, noi non faremo il compito,prof."
La campanella dell'intervallo interrompe la discussione e lei esce dall'aula.
"Me ne vado per due ore- dico alla classe-faccio sciopero, chi viene con me?"
In gruppo usciamo dal cortile.
Per strada siamo eccitate: il nostro primo sciopero! Già, non stiamo bigiando, che ci vedano pure in giro, noi siamo in S C I O P E R O!
Andiamo sul corso, al bar dello Sport che ora non esiste più.
C'è il juke-box e ognuna di noi inserisce a turno una moneta.
Scegliamo Sugar baby love e ci inventiamo un ballo.
Ci mettiamo in fila di fronte al juke-boxe e insieme andiamo all'indietro, battendo le mani poi sul fondo del locale ci giriamo tutte quante e ritorniamo dimenandoci in sincronia, sempre allineate.
Quanto ridere! E che confidenze...incredibili. Scopro cose che mai avrei immaginato delle mie compagne...
Per le dodici rientriamo a scuola, dove vengo blindata e portata in Presidenza (solo io, questo diventerà un leift-motive della mia vita...).
Quello che ho fatto è molto grave, mi dicono.
"Perchè? Abbiamo solo scioperato per una cosa ingiusta. Anche voi scioperate quando lo ritenete opportuno".
Non funziona proprio così, ma, evidentemente, non vogliono discutere con una ragazzina e mi scrivono una nota sul diario, mi va fin troppo bene.
Grazie a Dio mia sorella non insegna più qui, al momento è all'Itis. Per l'ultima nota presa mi sono fatta tutta la strada fino a casa con lei che mi ripeteva: "Guarda che figura mi fai fare! bla bla bla...." .
Mi ha preso per sfinimento, tanto che mi sono persino pentita di aver tirato la penna (di metallo , mica una bic) a Martino, senza neanche colpirlo alla testa, come avevo mirato....

lunedì 16 agosto 2010

le cinghiate

Pioviggina, i vetri della cucina di Giorgio sono appannati .
E' il mio amico del cuore, ha cinque anni, uno più di me.
Di solito c'è una bella vista perchè da lì si vedono i cavalli, altrimenti nascosti dall'alto muro di mattoni rossi.
Giorgio s'inventa un nuovo gioco e, subito, lo imito.
Strappiamo piccole striscioline di Topolino, le appoggiamo sui vetri appannati, poi le ripieghiamo umide, ce le mettiamo in bocca per masticarle lentamente e inghiottirle.
Andiamo avanti un po' così, ci mangiamo un paio di pagine.
Sua madre sta lì con noi in cucina, silenziosa continua a lavorare.
Rientra il padre, serio, stanco. Non mi considera.
La madre gli bisbiglia qualcosa.
Lui chiama Giorgio e gli fa cenno d'entrare in sala, con la doppia porta a vetri smerigliati.
Giorgio china la testa e s'avvia.
Il padre si sfila la cintura dai pantaloni, entra nella sala dopo di lui.
Lo sento gridare mentre me ne sto impietrita nel corridoio.
Apro adagio la porta di casa e me ne vado, non scappo, non corro giù per i gradini, ma scendo piano, appoggiata al corrimano.
Non capisco.
Per qualche giorno Giorgio non scende, poi quando torna in cortile facciamo finta di niente e riprendiamo a giocare.
Un giorno vengo a sapere che suo padre è morto.
Per il funerale Giorgio è tirato a lucido, con una perfetta riga nei capelli leccati.
Mi siedo al suo fianco sui gradini del pianerottolo.
"Non piangi?" gli chiedo.
"Era un bastardo" mi risponde.
Si trasferisce in un altra casa, troppo lontano da me e non giocheremo più.
Mi sono chiesta spesso il motivo di quelle cinghiate, probabilmente non esisteva.
Ci fossimo mangiati almeno quel giorno il Topolino n.1!

lunedì 5 luglio 2010

la rosa bianca

La grossa palla di ferro sbatte contro i muri, sgretolandoli. Dal balcone guardo a occhi spalancati la distruzione. Fino a poco tempo fa il caseggiato era pieno di gente, di bambini...

Mia madre mi tira per un braccio dentro casa: "Non respirare questa polvere!" mi sgrida.

Aspetto un po' e poi, zitta zitta, apro piano la porta e scendo di sotto.

C'è altra gente che come me è affascinata dalla distruzione.

Costruiranno case più alte e più belle, mi hanno detto.

Tanti amichetti del quartiere se ne sono dovuti andare. Graziano è partito per Novara con i suoi fratelli e non lo rivedrò più. Un giorno ce ne dovevamo andare a cercare l'albero della liquerizia, per scavare le radici e raccoglierla. Lo zainetto per la spedizione sta ancora sotto il letto.

Piano piano buttano giù tutto, se ne va anche l'osteria della Speranza, con i suoi campi da bocce e i pergolati di uva americana.

E' davvero necessario tutto questo?, mi chiedo.

Poi se ne vanno, lasciando le rovine nude alla vista di tutti.

Le carte da parati, le piastrelle spezzate,le testimonianze di anni di vita.
Resterà per sempre vuoto il cortile delle serate d'estate, dove i più grandi tenevano banco, come l'Adriano, che ancora non immaginava che avrebbe fatto il sindacalista.
Si sono presi anche il portone in legno dell'ingresso, quello addobbato con il Marcello con tanti fiori bianchi per la processione del corpus domini.

Cade la neve, misericordiosa, copre lo scempio.
Cammino con la lingua in fuori per raccogliere i fiocchi e chiamo Mariangela dalla strada.
La sua casa, sopra la tintoria dei De Lisa, resisterà ancora qualche anno.
Troviamo vecchi vassoi dell'osteria e con quelli ci lasciamo scivolare giù dai mucchi di rovine.
Poi il vecchio scherzo, quello che costa sempre un paio di sberle a Mariangela quando rientra a casa.
La istigo ogni volta , lo ammetto, sono colpevole, ma ha una madre pazzesca.
Mariangela grida da sotto : "Mamma! Mamma! Mamma!" fino a quando lei non s'affaccia dall'ultimo piano, tutta spettinata e chiede "Cosa c'è?".
E noi insieme le urliamo: "Tira la corda!" e scappiamo ridendo.
La corda sarebbe la catenella dello sciacquone del bagno....

Voglio bene a Mariangela, è una buona amica, ed è per questo che l'accompagno a farsi ricucire la testa dopo che il Fulvio gliela rompe con un mattone.

Suono al campanello della dottoressa Desani e le chiedo aiuto, Mariangela sanguina in testa. Se sua madre lo scopre la picchia di brutto, non può giocare tra le rovine. E poi non abbiamo i soldi. Non so com'è che la convinco a non mandarci al pronto soccorso dell'ospedale, ricuce lei la ferita , senza farci pagare nulla.

I lavori non iniziano, le rovine rimangono così per mesi.

Ci inventiamo un nuovo gioco:di un appartamento a piano terra è rimasto quasi intatto il bagno. Riempiamo d'acqua la vasca e poi immergiamo tutte le bottiglie vuote rimaste dell'osteria. Stacchiamo le etichette e le incolliamo sul muro di una cantina che diventerà la nostra stanza segreta.

E' in uno di questi pomeriggi che faccio la scoperta.

Trovo una piccola rosa bianca, cresciuta tra le rovine.

E' bellissima, perfetta, innaturale in un luogo simile.

Stento a crederci, perchè so che le rose non sono fiori selvatici e mi chiedo come sia cresciuta lì, in mezzo ai rovi e alle robinie.

La guardo e la riguardo, incredula.

Sono sola e non so che fare.

E sbaglio.

La raccolgo.

La strappo e la porto a casa come trofeo, certa che forse non mi crederebbero.

Quando la metto nel bicchiere capisco che ho spezzato la magia e che ora la bella rosa bianca è solo un semplice fiore, una comune rosa che si può cogliere in qualunque giardino.

Poco dopo inizieranno i lavori di costruzione e anche il nostro posto segreto verrà spazzato via.

mercoledì 30 giugno 2010

insonnia 2010

Mi sveglio nella notte, controllo al celllulare: le due e trenta passate.

Il sonno è svanito completamente.

Mi alzo, bevo, torno a letto, mi giro, mi rigiro, mi rialzo.

Niente.

Avverto l'ansia che sale, poi ti guardo.

Rimango in ascolto del tuo respiro, ma non mi basta.

Leggera, cerco la tua mano sotto al cuscino, poi ,piano, faccio pressione fino a che non sento il tuo battito pulsare veloce.

La tua vita fluisce nella mia, attraverso la pelle.

E sono felice.

Felice perchè stai dormendo sereno e perchè il tuo cuore batte forte.

Nell'immenso caotico e imprevedibile vorticare della vita, un giorno i nostri corpi si sono incontrati, le nostre anime si sono riconosciute, ritrovate, riunite.

Chissà da quante vite aspettavamo questo incontro e tremo al pensiero di quante altre ne dovranno nuovamente passare prima di ritrovarci ancora.

Ricordati il nostro appuntamento.

Fossero anche mille, un giorno, a Columbia Market, tra i banchi di fiori, tu mi cercherai : io sarò lì ad aspettarti .

l'amico di una vita

Al mercato del martedì, in piazza San Graziano, mia madre sta rovistando in un gran mucchio di stoffe, disposte direttamente a terra dall'uomo che le vende di fronte all'Albergo Isabella. Lenzuola, tovaglie, spugne, pezze di stoffa senza un prezzo fisso, ma a discrezione dell'umore di chi vende. Mia madre contratta un taglio di tela scozzese, bianca e azzurra.


Io me ne sto tranquilla ad annusare l'aria, l'odore dei formaggi appesi sotto al porticato: ancora non so che la stoffa è destinata a me e al posto del mercato coperto costruiranno il "mio" museo archeologico.


E' un giorno qualunque di settembre, 1972: tra poco inizierò le Medie.


Mi sento grande, ma è solo un attimo.


Mi guardo le gambe ancora avvolte dai calzettoni bianchi di cotone traforato (quelli che quando li togli ti lasciano l'intera trama di buchi e fossette disegnata sulla pelle) e pedalo sulla bici di mia sorella, la sua assurda Graziella rosa.


Ho una gonna tutta a pieghe, tipo kilt, e una camicia che mia madre ha ricavato dalla stoffa scozzese del mercato.


Mi sento un po' tovaglia da cucina, ma non è il caso di andare troppo per il sottile per una volta che ho dei vestiti cuciti per me e non passati dalle mie sorelle.


Elvira, la figlia del panettiere della casa del Pane, dice che all'oratorio c'è un ragazzo carino che le piace molto e me lo vuole far vedere.


Così faccio avanti e indietro, salita e discesa con la bici, cercando di guardare giù dal muretto.


Tutto questo mio svolazzare bianco e azzurro attira l'attenzione dei quattro ragazzini che giocano a pallacanestro e l'amicizia è subito fatta.


E' il classico gruppetto in cui un elemento compensa l'altro.


C'è quello carino, che, nonostante le proteste dell'Elvira, diventerà il mio primo ragazzino; c'è quello spavaldo, che s'atteggia ad arrabbiato e che uscirà dal gruppo poco dopo il mio ingresso, disturbato dalla presenza di una femmina in territorio maschile; c'è il sempliciotto a cui va sempre bene tutto, che cammina con i piedi a papera; e c'è lui, un'incontenibile forza della natura con un sorriso alla Paul Newman, il matto, l'estroverso, l'Amico di tutta una vita.


Quando il Dido se ne va dal gruppo, sotto sotto ne siamo tutti contenti.


Dolcevita scure, labbra sempre piene di croste che sanguinano ad ogni ghiacciolo e quelle ballate di De Andrè cantate ad alta voce. "Aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso" .


Ma via lui, salta fuori la vena del cantante anche all'Elio, che io chiamo a casa mia Paperotto, che ripete con la stessa voce in falsetto le canzoni dei Cugini di Campagna.


Esasperante.

Gli gettiamo addosso di tutto ma non riesce a controllarsi e "Anima mia"gli esce di continuo dalla bocca.


Il ragazzino che piace a me è serio e fissato con il calcio.


Due pomeriggi di allenamento, tutte le domeniche a giocare e niente in comune, solo il classico bel faccino.


Con Vincenzino, invece, posso parlare di tutto e il tempo vola.


Il giorno del mio primo appuntamento, mi prendono le mie due sorelle e mi dicono:"Non vorrai mica uscire così ".

Mi trascinano in bagno e mi strappano le sopracciglia con la pinzetta.

Scappo letteralmente gridando che sono matte e sotto casa il Vincenzino mi chiede divertito come mai ho una sopracciglia diversa dall'altra e mi accompagna dall'amico.

Si va al cinema, lui mi bacia e introduce la lingua nella mia bocca.

Rimango veramente sconvolta, ma non dico nulla, solo che devo andare in bagno.


Vado invece dal bigliettaio e lascio detto che se un ragazzo mi cerca io sono andata a casa, non mi sento bene.

Me ne esco dal cinema e vado all'oratorio.

Quando Vincenzino mi vede arrivare sgrana gli occhi ,mi chiede cosa ci faccio lì e dove sia l'altro!

L'altro? Bell'amico che hai, gli dico. Che schifo! Mi ha messo la lingua in bocca!

Guarda che è normale!

No no, non è per niente normale, così non mi va.

Da quel pomeriggio inizia la nostra confidenza. Mi sta dietro ore e ore a parlare...

Poi me la combina grossa.


Deve pensare che sono un po' ingenua, diciamo tanto, così se ne esce fuori con la storia che ha un brutto male, alla testa, che non ci sono cure, che ha il tempo contato.


Io la bevo, eccome se la bevo e lo racconto a tutti.

Dopo un paio di settimane si stanca dello scherzo e mi prende in giro: mi arrabbio ma fa talmente il cretino che lo perdono.

L'Elio dice sempre che devo stare attenta che se gli tocco la testa mi pungo perchè ha i capelli duri come fil di ferro ed è vero! sembra di toccare la spazzolina per le scarpe di camoscio!

Alla mattina facciamo la stessa strada, lui va all'Itis io alle Medie. si parla, si ride, si scherza.


Poi una domenica, mentre qualcuno gioca a calcio come sempre, ce ne andiamo su per i boschi di San Carlo, con l'Elio che fa da radio.

Ci sdraiamo sull'erba a guardare il cielo e ci scherziamo.

"Tu non ci puoi venire al paese dell'Elio"

"E perchè?"

"Non soffri di vertigi? Lì ci si arriva solo volando sui condor!"

Ci sfottiamo a vicenda.
"Non hai paura a venire in posti sperduti con noi?" mi prende in giro.
"Sei suo amico da una vita, non avresti mai il coraggio nemmeno di sfiorarmi"
"Vuoi vedere?" mi sfida.
"Dai, vediamo cosa sai fare".
Si avvicina con la faccia da scemo, mi slaccia il bottone dei jeans e poi grida che ho vinto io: non tradirebbe mai un amico.



Una immagine mi rimane impressa nel cuore di quel periodo: la loro partenza per Rimini.


Sono le sette e devo aver proprio trovato una scusa eccellente per essere riuscita a uscire a quell'ora, sacra per la cena per mio padre.


Lascio il motorino davanti alla stazione e corro su per le scale.


Una scena da film, posso anche farla andare al rallentatore.


Loro sono già sul treno e la porta è ancora aperta.


Mi vedono e cominciano a gridare :"Salta su, dai, vieni con noi" e tendono le mani, mi incitano, il mio cuore batte all'impazzata.


Il fischio del treno, la porta sbattuta e loro ancora dal finestrino che mi gridano di correre: sono stordita.


Torno al motorino con la consapevolezza di aver perso qualcosa, per un attimo ho intravisto la libertà, una libertà impossibile.


Arrivano le cartoline senza francobollo, con la multa da pagare.


"Tu che niente sai di baci, paga la multa e taci"


oppure


"Non far crescere le ragnatele!"


Poi la vita ci allontana, io incontro il vero amore.


Ogni tanto però trovo per strada Vince ed è come se il tempo non fosse passato.


Parliamo e parliamo.


La dieta dell'uva, il Giappone, il brevetto da pilota e poi i segreti, i malesseri, i tradimenti, le gioie, i sogni...


Una volta alle elementari ho letto un annedotto su Dante.

Si dice avesse una memoria fenomenale.

Un giorno un suo amico lo incontra per strada e gli domanda :"Qual è il tuo cibo preferito?". "L'uovo" risponde.

Passa un anno e l'amico lo rivede e gli chiede:"E con cosa?".

"Con il sale!".


Così siamo noi: ci vediamo dopo anni e riprendiamo il discorso come se niente fosse.



Io mi sposo, Vince finisce la scuola, sogna di volare, lavora il Libia, va a Roma ma ogni volta che per caso ci si vede non ci si staccherebbe più tante sono le cose da dirci.


Ci si perde per tanto tempo, poi la sua separazione lo riporta nei paraggi.


Mi racconta di sentirsi come il gabbiano Jonathan Livingston e che devo leggere assolutamente quel libro.



Un giorno viene a trovarmi al Museo, la mia Saretta ha sei anni e vuole fare judo nella sua palestra.


Faciamo i conti sugli anni passati e mi viene in mente la Canzone per Piero di Guccini, gliela canticchio .

Vince diventa serio, si toglie la maschera da buffone e mi dice: " Erano rosse. Quel giorno portavi delle mutandine rosse".

E' come ricevere un pugno nello stomaco.

Rivedo la scena in cui Gerard Depardieu interpreta Cirano. Viene colpito alla testa mentre sta andando da Rossana, giungendo in ritardo all' appuntamento per la prima volta in quattordici anni. Sta seduto, la vista annebbiata, sta per morire e Rossana, che non lo sa, gli chiede di leggergli l'ultima lettera scritta da Cristiano. Cirano inizia a leggerla, non accorgendosi che c'è troppo buio per riuscire a vedere le parole. Rossana allora gli chiede come sia possibile e, finalmente, Cirano ammette d'essere lui l'autore delle lettere, le confessa il suo amore, tenuto nascosto nel suo petto tutta una vita.


Non voglio ammettere il suo sentimento e scherzo, lo prendo in giro, turbata .


E subito rimettere la maschera da buffone, consapevole che non potrei più essere sua amica una volta dichiarato il suo amore.


Lo rivedo qualche giorno più tardi sotto casa, gli chiedo di aspettarmi e salgo a prendere la mia copia di Cirano de Bergerac.


E' sottolineata.


Gliela regalo.


Non lo rivedo più.

Ora una strada porta il suo nome.



Lui non ci avrebbe mai creduto, si sarebbe schernito.


"Conosci la canzone di Jackson Browne, Running on empty?", mi hai chiesto un giorno.

Certo, che la conosco, amico mio e stasera la canto per te


Running on - running on empty
Continuo a correre a vuoto

Running on - running blind
Continuo a correre bendato

Running on - running into the sun
Continuo a correre verso il sole

But I'm running behind
Ma sto correndo all’indietro

Gotta do what you can just to keep your
love alive
Devi fare quello che puoi per mantenere in vita il tuo amore

Trying not to confuse it with what you do to survive
Cercando di non
confonderlo con quello che fai per sopravvivere




lunedì 21 giugno 2010

il motorino

Mio padre citofona e mi chiede di scendere.
La sua voce ha un tono strano, un timbro euforico che mi fa scendere le scale di corsa .
Vicino al garage mio padre se ne sta seduto su un motorino, verde scarabeo, Peugeot.
Mi dice che l'ha comprato per sè ma gli leggo in faccia la bugia.
Un momento: io ho appena fatto 12 anni, ce ne vogliono 14 per poter andare in motorino....
"Posso provarlo? Devo andare a scuola a ritirare un foglio".
Il mio entusiasmo gli fanno di dire di sì.
Mi consegna il motorino acceso e mi dice:"Vai!".
Ma che razza di incosciente, papà! Io non ho mai guidato prima!
Non so come ma arrivo alla scuola media.
Problema: non mi hai detto come si spegne, nè come si riaccende!
Ora che faccio? Lo tiro su, sul cavalletto, lo lascio acceso fuori dalla scuola, entro ed esco con il mio documento.
Imparo in fretta e niente mi ferma più una volta assaporata la libertà.
Il vento tra i capelli è una sensazione bellissima.
Mi sento così potente mentre deciso la strada da prendere, la scorciatoria da seguire.
Giro senza meta nell'estate che è esplosa tutt'intorno, nei campi pieni di margherite, nei boschi odorosi di terra fresca.
Vado e vado, mi arrampico per paesi mai sentiti.
Perdo la strada e la ritrovo.
Sono sempre sola in questo mio girovagare.
So che suona ridicolo, ma è come se il mio sogno si fosse avverato.
Sono un pellerossa in sella al suo cavallo che corre nella prateria, il vento tra i capelli e lo spirito libero e indomito. Troppi Tex nella mia infanzia!

Le oche

Fa caldo e tutti sono in casa a riposare.
Sto in una villetta presa in affitto per le vacanze.
Mio padre ha un amico geniale che ha consigliato questo posto sperduto tra la campagna e il mare delle Marche.
E' l'estate del 1970 e la partenza per le vacanze coincide con l'arrivo della nuova macchina, una Citroen enorme, bombata e bianca come un confetto, che mia madre ha già soprannominato "Pescegatto".
Mio padre trova grandioso come l'auto si alzi e s'abbassi e mostra a tutti la novità.
A me piaceva la vecchia Ford Taunus, questa odora troppo di nuovo e anche il nuovo posto non mi piace per niente.
Dopo pranzo vanno tutti a dormire, come nei cartoni di speedy gonzales!.
Io non so che fare, giro nel cortile, passo tra i filari dei peperoni, dei fagiolini, dei pomodori tirando sassi nella polvere.
Me ne sto lontana dal pollaio: due vespe mi hanno punto ieri, proprio sul petto.
Mi sono avvicinata alla rete per guardare le galline, in costume da bagno e non ho visto il loro nido fissato tra le maglie.
E' la seconda volta che mi faccio male quando mia madre va al mercato...
L'anno scorso ad Alassio mi ha punto un pesce ragno, un dolore pazzesco e la vergogna di piangere davanti a mio padre.
Stavolta le vespe...Mi pungono e scappo via.
Mio padre sta leggendo il giornale sui gradini , io gli passo di fianco senza dire nulla ma la mia faccia mi tradisce perchè mi grida dietro: "cosa ti è successo?".
Mi sento in trappola: mi hanno punto sul seno che ancora non c'è ma nello stesso tempo io credo ci sia... una vergogna incredibile.
Ma il dolore è forte e mi metto a piangere, arrabbiatissima con mia madre che ha pensato d'andare a Senigallia per bancherelle con mia sorella.
E' la mia fine perchè arrivano tutti, compresi gli estranei del posto che ci hanno affittato la villetta.
Chi dice di usare l'ammoniaca, poi l'aceto, poi sgridano mio padre perchè non mi ha messo subito una lama di coltello sulle punture...
Oggi sto attenta e giro alla larga dal pollaio, quando sento un fruscio e mi blocco.
Poi uno sbattere di ali...
Non ci sono galline nel recinto, con questo caldo.
Di nuovo quel suono ovattato.
Giro intorno al recinto e le vedo.
Due oche grasse, bianchissime, il petto in fuori, stanno appese a testa in giù, le zampe legate.
Belle come due cigni, ogni tanto danno un colpo d'ali.
Non capisco e m'avvicino fino a guardarle negli occhi.
E li vedo: due piccoli fori trapassano le loro tempie.
E faccio un salto indietro al loro sbattere.
Vedo a terra una ciotola che ha il compito di raccogliere il sangue colato.
Sono inorridita e corro in casa, volando su per i gradini.
Tutto normale, mi dicono. Si usa così.
Normale? Appoggiare la loro testa e avvitargli dentro un trivellino lasciandole in agonia per ore?
Lo sapevo che c'era qualcosa di che non andava in questa famiglia che ci affitta il villino.
Hanno una figlia cicciona, di 11 anni, che tiene i capelli raccolti in una crocchia così da sembrare ancora più alta.
Ogni volta che le chiedo di giocare mi dice che deve aiutare i suoi.
E' inquietante, mi fa sentire piccola e viziata.
Ogni tanto mia madre li convince a lasciarla venire con noi al mare, non che io ci tenga, ma non c'è nessuno in spiaggia.
Che Dio maledica chi ci ha fatto venire in questo posto, mi ripeto da quando sono arrivata.
Già al nostro arrivo in spiaggia io e mia sorella ci siamo guardate e col pensiero ci siamo chieste: e adesso?
Sabbia e mare. Il nulla assoluto attorno.
Niente cabine, sdrai, ombrelloni, bibite, rete per giocare a pallavolo, gelati, insomma tutte quelle cose che trasformano le giornate in vacanza.
Mio padre legge lo sgomento e ci incita a correre dentro le onde.
Dai, via, tutti in acqua!
E corro, per non deluderlo, dentro a quel mare salato.
E, immediatamente, schizzo fuori!
Immaginate le croste da pattinatrice a caviglie e ginocchia combinate con acqua e sale!
"L'acqua di Alassio non mi avrebbe fatto così male!" grido e me ne sto arrabbiata sull'asciugamano.
E poi ogni giorno qui mangiamo verdura e verdura.
Fagiolini pranzo e cena, perchè ne possiamo raccogliere quanti ne vogliamo.
Voglio tornare a casa.
Mia sorella se la passa meglio: s'è innamorata di un ragazzino figlio di una francese che prende il sole in spiaggia vicino a noi, nera come il carbone, una di quelle fissate con la tintarella.
Una sera a mezzanotte mia sorella non è ancora rientrata e dobbiamo uscire tutti a cercarla.
Mio padre è arrabbiatissimo.
La troviamo in spiaggia col francesino vicino a un fuoco che hanno accesso, altrimenti non l'avremmo mai trovata, mica ci sono i lampioni del lungomare....come ad Alassio.
Qui siamo lontani dalla civiltà, qui le oche fanno una brutta fine.

sabato 19 giugno 2010

compleanno

Affretto il passo per andare al lavoro.
Oggi è il mio compleanno e voglio uscire presto.
Nel viale arriva l'odore dei tigli che mi allarga il cuore ad ogni respiro.
Mi sento felice, c'è anche il sole finalmente.
Luciano il macellaio mi saluta:"Buongiorno Signora, vede che la tengo d'occhio !"
Apro il portone della biblioteca e la musica di una radio mi avvolge e mi scalda il cuore.
Mi sento compagna di vita di un'umanità infinita.
Vorrei poter sbirciare invisibile nelle loro vite per poterle scrivere, perchè ogni vita è storia e per restare tale deve essere raccontata, fermata nel tempo.
Vorrei gridare nel cortile:" Oggi è il mio compleanno!" e offrire un pezzo di torta a tutti.
Invece, lascio la borsa e i libri e vado in edicola a prendere i quotidiani.
Al mio rientro la musica non c'è più, il momento magico è durato un momento, un attimo di armonia che conserverò prezioso nel mio cuore.

mercoledì 16 giugno 2010

pioggia sul lungolago

Cammino sul lungolago.
La pioggia cade pesante, indistinta.
Avvolge come una cortina il lago color grigio antico.
L'aria è impregnata dell'odore dei tigli.
Impregnata nel senso che è pregna, gravida: come se le molecole di ossigeno fossero state fecondate dal penetrante profumo di questi piccoli fiori.
L'odore avvolge e penetra anche me e mi sento sazia, nello stomaco e nella mente, mentre cammino sotto la pioggia.
Sazia di cibo, abiti, libri,mobili, accessori, di tutto il superfluo accatastato in una vita.
E vorrei gettare l'ombrello, levarmi le scarpe, gli anelli, le collane, i vestiti per lasciarmi scivolare nell'acqua e divenire liquida io stessa, argenteo mercurio nell'armonia dell'unviverso

lunedì 14 giugno 2010

il ghiacciolo bianco

All'uscita dall'asilo c'è il nonno con la sua enorme bicicletta con la canna e il seggiolino che mi fa volare in alto leggera come una farfalla , mi sistema i piedini sui supporti e mi libera dall'incubo delle suore.
Mi sorride, non mi bacia mai, sicuramente per pudore, ma ogni giorno mi offre gentilmente un ghiacciolo, il premio per la sua bambina che anche oggi è stata brava.
Si ferma davanti alla Latteria.
Giuro che ricordo benissimo la scritta in stampatello bianca su sfondo nero e il bancone dei gelati, intravisto dalla vetrina.
La lattaia, come la chiamo io, mi domanda quale gusto scelgo.
Ci penso un attimo e penso che in un posto così il migliore debba essere al latte e dico: bianco!

L'asilo non mi piace ma è un dispiacere che tengo dentro di me, per non avvelenare gli altri.
Non faccio i capricci per andarci, li faccio perchè non voglio mai infilare il cappottino, il cappello, tutte quelle cose che mi impacciano.

Ho un cestino rosa per il pranzo e, quando si vuole esagerare, mi mettono un soldino per comprarmi un dolcetto che le suore tirano fuori da una rotonda scatola di latta che tengono nel salone dei giochi all'ora della merenda.

Il mio soldino è sempre piccolo, così posso comprarmi solo una deliziosa caramella a forma di animaletto che però è molto piccola.

L'oggetto del desiderio è un costoso finto cono di gelato, fatto di schiuma colorata, mentre al secondo posto c'è il fragolone di zucchero.

Conosco l'invidia per le bambine che mi passano davanti facendosi sciogliere in bocca tutto quel ben di Dio.

Il primo giorno d'asilo mi ritrovo in una grande classe con tante bambine, abbiamo un banco e dobbiamo stare sedute e zitte. Mi fanno disegnare, una casetta e mia madre con una scopa in mano che pulisce il giardino... guarda te cosa mi devo ricordare.

Quando porti il tuo bambino all'asilo, tu, genitore, sei grande e non pensi a quanto alto può sembrare il soffitto alla piccolina di tre anni che tieni per mano o quanto desolante può apparire il salone, abituata alla stanzetta condivisa con le sorelle.

Mi trattengo, non voglio farmi vedere piangere, poi chiedo d'andare in bagno ed esco dall'aula, richiudo la porta .

Sono una bambina spaventata ma orgogliosa che finalmente sola spalanca la bocca e piange a singhiozzi tutte le sue lacrime, vagando per gli enormi corridoi fino a quando una suora gentile mi asciuga gli occhi, mi fa coraggio e mi riporta in aula.

Il secondo anno è peggiore: non si può più dormire sullo sdraio, ormai siamo grandi, ma si deve appoggiare la testa al braccio sul banco e stare almeno mezzora in quella posizione. La suora che ci controlla è alta e arcigna, porta i capelli divisi in due crocchie a lato delle orecchie, come due cuffie stereo. Nessuno fiata.

Il giorno migliore è il venerdì.

Viene servito un budino al cioccolato buonissimo (perchè è poco e rimane il desiderio di mangiarne di più). Non sono mai più riuscita a mangiarne uno così buono. Ce lo servono in tazze di stagno che stanno appese in fila agganciate per il manico.

Un altro momento decente è quando si va nel salone dei giochi, tipo il nostro salone Merzagora. Al centro c'è la giostrina che gira, quella che quando scendi cammini di traverso per un pò prima di ritrovare il senso dell'equilibrio.

Le giornate più belle sono quelle con il temporale. Le suore ci dicono che i tuoni sono i colpi delle botte che il Diavolo dà alla moglie e che se stiamo attente e guardiamo bene tra i nuvoloni neri lo possiamo vedere mentre la insegue con un bastone picchiandola.

Mi piace molto stare alla finestra a guardare le nuvole, anche perchè c'è uno strato di mastice fresco che corre lungo il vetro e, di nascosto, ne asporto un pò e lo impasto con le dita.

Vado in bicicletta anche quando piove, il nonno tiene aperto l'ombrello nero.

Che sia estate o sia inverno ho sempre le gambe nude, che strana abitudine.

Forse perchè in una famiglia in cui tutte le donne hanno le gambe da cavallerizza , le mie, dritte, vanno messe bene in mostra.

Mia nonna racconta a tutti che quando sua figlia era incinta guardava sempre le gemelle Kessler e pregava d'avere una bambina con le gambe dritte: a quanto pare il Signore ha esaudito il suo desiderio.

Non bastava che fossi sana, ma se proprio dovevo nascere femmina che avessi almeno delle belle gambe.


domenica 13 giugno 2010

l'incontro con la morte

Il primo morto da me visto è un vecchietto, vicino di casa, quando ancora stavo in Via Gramsci. Mi infilo dentro la potra, nel mezzo del viavai delle condoglianze e lo vedo. Disteso nel letto matrimoniale, in un completo nero che sembra enorme, con una specie di tovagliolo legato sopra la testa, come un uovo di Pasqua. Penso che forse è morto di orecchioni...ma mi spiegano il discorso della mandibola che si spalanca.
Poi è arrivato il turno dei morti cinematografici.
Una trovata geniale di mia madre e mia sorella: portarmi con loro al cinema in una sera d'estate a vedere un film vietato ai minori per le scene cruente.
Un film vietato ai minori per mia madre vuol dire semplicemente che una bambina di nove anni come me non può andare, di sera, al cinema da sola.
La figlia di JacK lo Squartatore: già il titolo riporta ad un verbo, squartare, difficile da concepire per una bambina.
Inizia il film. Jack uccide la moglie sotto gli occhi della figlia che associa il balenio della lama al luccichio del ciondolo che la donna porta al collo: da adulta ogni volta che vedrà un riflesso di luce colpire qualcosa di scintillante, come vetro o metallo, ucciderà in vari efferati modi.
E' tardi quando usciamo dal film, quasi mezzanotte, che per me già è l'ora delle streghe. Mi sto spogliando per andare a letto quando mia sorella raccoglie la catena d'argento con il simbolo dei gemelli che mi sono sfilata.
Incomincia a dondolarla davanti agli occhi che sbarra fissi , allunga le braccia, viene così verso di me e mi afferra alla gola.
Io urlo come una matta, lei ride come una matta. Mia madre alterna, la chiama stupida, poi ride. Io sono arrabbiatissima. Lo scherzo andrà avanti a lungo nei giorni a venire. Mi resterà il terrore per i film dell'orrore.
Ma il mio vero primo incontro con la morte avverrà a quindici anni.
Sono al mare, ad Alassio. Tutti gli anni i miei genitori ci passano due settimane, nell'albergo convenzionato con la Cà de Sass, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Ho insistito per andarci anch'io, anche se perderò dei giorni di scuola.
Mio padre non si sente bene ma è da quando sono piccola che lo sento tossire, vedo le medicine sul suo comodino e ascolto il sibilo asmatico sfuggirgli dalla bocca insieme alle parole.
E' un mercoledì, sono le sette del mattino: mia madre bussa alla porta della mia camera. Dobbiamo subito tornare a casa, un tassista guiderà la macchina di papà.
Viene ricoverato alla Clinica San Carlo di Mercurago.
Giovedì torno a scuola, mia madre viene a prendermi all'una. Voglio andare alla clinica ma dice che non serve, devo studiare per recuperare le lezioni perse.
Lo stesso Venerdì.
Sabato pomeriggio, a piedi, arrivo alla clinica:sono le tre del pomeriggio.
Mio padre è strano, gonfio in viso, cerca di scherzare ma la voce esce a fatica, le parole quasi sconnesse. Poco dopo entra in coma.
Mia sorella arriva da Ferrara troppo tardi: ha portato il suo piccolino nato due mesi prima ma ormai non può più vedere nessuno.
Alle sette di sera decidono di andare a casa, ma io devo restare, non si può lasciarlo da solo.
Dico di no, che non voglio ma loro escono.
Resto con mio padre, sola nella camera.
So che morirà e sono terrorizzata dal fatto che accada proprio mentre sono sola con lui.
Gli occhi chiusi, il tubicino con l'ossigeno, la fronte imperlata di sudore.
Cosa fare? Cosa dire? Gli asciugo con il mio fazzoletto la fronte e piango e impreco silenziosamente dentro di me perchè mi hanno lasciato sola.
La mia impotenza mi annienta, mi chiude la gola e non riesco a dirgli :ti voglio bene papà.
Perchè a quindici anni sono impreparata alla morte, sono un'adolescente egoista che si vergogna di mostrare i buoni sentimenti.
Il tempo sembra cristallizzarsi.
Poi mia madre arriva e lo lascio.
Alle quattro del mattino suona il telefono, uno squillo pesante, antico e la voce di mia madre che dice: Il papà è morto.
Non dico nulla e riaggancio.
Di nuovo il telefono ringhia.
Hai capito cosa ho detto? Devi portare il vestito...
Vestito, vestito...cosa vuol dire vestito, che devi vestire un morto???
Meno male che mia nonna è esperta di morte e prepara quello che occorre.
Mi ricordo che salgo sull'auto di mia sorella, la fronte appoggiata al finestrino sento le campane suonare l'Ave Maria. Non piango, non scende neanche una lacrima.
Non capisco subito cosa sia realmente accaduto.
C'è tanta gente intorno a me.
Mi chiudo nella mia stanza e ascolto Crazy Diamond. Per tutto il giorno gira la cassetta dei Pink Floyd, poi viene il momento del funerale.
Scendo in cortile e sono sorpresa di vedere i miei compagni del ginnasio, sono quasi imbarazzata.
E' un lunedì di febbraio, il sole splende nel cielo azzurro, a contrasto con i nostri abiti neri.
Poi il carro funebre parte e in quel partire sento la lacerazione della separazione e finalmente le lacrime scorrono.
Ma il dolore peggiore deve ancora venire perchè ancora non so cosa voglia dire morire.
Lo scopro giorni più tardi, quando sento il pendolo battere le cinque ma la porta di casa non si apre e mio padre non torna.
Quando la domenica mattina mi sveglio e lui non arriva a sedersi sul mio letto per dirmi : svegliati pigrona! Sono le nove!, facendomi arrabbiare.
E dentro di me grido: dove sei? mille e mille volte.
C'è solo la sua assenza che mi parla di lui.
Una notte sola l'ho sognato.
Ero con lui su una barca, io remavo lui mi guardava triste. Scivolavamo sotto i rami dei salici sull'acqua tranquilla. Poi mio padre ha scosso la testa amareggiato e mi ha detto:Hia scattato un intero rullino ma non hai nemmeno pensato di fare una foto a tuo padre.
Ed è stato proprio così: sulla spiaggia ho fotografato gabbiani, cani sconosciuti, sabbia e mare, me stessa.
Sempre presa e piena solo di me ho sprecato il mio tempo in cose futili e l'ho perso.
Ancora adesso certe notti nella mia mente grido :Dovei sei? e lacrime silenziose e tiepide bagnano il mio cuscino.

domenica 30 maggio 2010

sera di maggio

Mi piace restare sdraiata ad osservare le nuvole che scivolano lente, mentre le rondini sfrecciano e intrecciano i loro ultimi voli serali. La stessa quiete di tanti anni fa.
Ho quattro anni. Le gambine corte penzolano dalla sedia, seduta accanto a mia sorella. Siamo felici perchè abbiamo mezzo limone a testa e una liquerizia che affondiamo nel succo aspro prima di succhiare. E' sera, anche i miei nonni siedono fuori sul balcone, al fresco. La rosa rampicante è tutta in fiore e spande profumo nell'aria. Mi sento grande perchè, nonostante il buio, sono ancora sveglia. C'è anche mia madre, è giovane. La vedo parlare con la nonna. Ride: nel buio i suoi denti sembrano una fila di perle. La amo alla follia.
Io e mia sorella stiamo gomito a gomito, attente a non far scivolare il succo sui vestiti, con gli angoli della bocca già neri di liquerizia.
C'è un'apertura ad arco, contornata di rose e mi sembra la casa più bella del mondo.

giovedì 13 maggio 2010

la lingua greca

E’ incredibile come certe situazioni si ripercuotano sul tuo essere mentre su quello di migliaia di persone no.

Era il 1968.

Noi bambini potevamo stare davanti alla TV solo fino al Carosello, poi scattava il veto assoluto.

Ma una sera mio padre mi lasciò vedere un vecchio che recitava con una strana voce , in una strana lingua, incomprensibili parole.

“Questo è Ungaretti, il poeta, e legge in greco l’inizio dell’Odissea, la storia di Ulisse “

Era inquietante e affascinante allo stesso tempo, una lingua così dura eppure bella.

Ma lo sceneggiato no, me ne dovevo filare a letto dopo la lettura del vecchio, anche se supplicavo.

Tormentavo tutti, soprattutto le mie sorelle: chi è Ulisse? Perché non può tornare a casa? E bevevo tutto quello che mi raccontavano.

Mia sorella grande, quella dell’Università, era bravissima : accompagnava con i gesti le parole e così mi immaginavo Polifemo, con il tronco nell’occhio che urlava di dolore, la beffa del nome gridato “Nessuno” e morivo dalla curiosità di vederlo.

Così una sera, dopo essere andata a letto (ero ancora nel lettino piccolo nella stanza dei miei) mi alzai piano piano e mi nascosi dietro la grande poltrona di velluto rossa in fondo al corridoio, proprio di fronte alla porta della sala, con una vista magnifica sulla TV bianconero.

Era la puntata di Polifemo!

Ma che orrore!

Vedo il gigante che afferra i compagni di Ulisse, li sbatte sulla roccia e li mangia!

Strappa le membra e mastica….

Che impressione!

Resto fino a quando Ulisse salpa con la nave e piano piano torno nel mio lettino.

Sono così diventata una delle poche ragazzine che non vedeva l’ora di iscriversi al liceo per imparare la lingua degli Dei e degli Eroi.

La vecchia pista di pattinaggio

E’ ad un bambino di sette-otto anni che sono debitrice di una grande lezione di tenacia.
Era un giorno nuvoloso d’inizio autunno e una giornata grigia in un paese di lago è davvero sconfortante.
Mia madre aveva esitato ad uscire ma da qualche giorno acqua e vento mi avevano bloccato in casa e non ne potevo più.
Il lungolago era deserto, c’era un solo bambino nella piccola pista di pattinaggio.
Faceva due passi e cadeva, si rialzava, altri due passi e giù, il sedere a terra.
Mia madre deve aver pensato che i pattini a rotelle, o schettini come li chiamavamo noi, non dovessero essere poi tanto pericolosi, data la modesta velocità del bambino.
Miracolosamente, perché non era incline a regali definiti inutili, mi chiese se ne volessi un paio e così mi ritrovai sul corso a comprare il mio primo (e unico) paio di pattini.
Una volta i pattini erano pattini, avevano cioè rotelle di gomma piena che giravano, scivolavano che era un piacere.
Ora li fanno per bambini con le ruote che si bloccano a scatti…
Tornammo alla pista di pattinaggio e il bambino era ancora lì: cadeva e si rialzava.
Agganciai i pattini e cominciai ad imitare il bambino, cadendo però di meno.
Non mi vergognavo, ero più piccola ma avevo già capito come funzionava, probabilmente aiutata dall’avere un maggiore senso dell’equilibrio.
Ti ci potevi ammazzare con quelle rotelle ma nel giro di pochi giorni ero diventata brava.
Quanti chilometri devo aver fatto in quei meravigliosi anni, quanti amici giocavano con me in quella piccola pista.
Avevamo sempre appesa al collo la chiave aggiusta-tutto: bulloni, rondelle, sfere non avevano segreti!
Ma che dolori! Le caviglie mi sanguinavano ogni giorno, dove il piede si inclinava la pelle sfregava contro il cinturino, nonostante i pezzi di gommapiuma che ci infilavamo dentro. Le ginocchia, poi, avevano una crosta continua per i voli, a causa di alcune buche che si erano formate nel cemento. Noi bambini ci chiedevamo perché nessuno venisse mai a richiuderle, un lavoro tanto semplice che ci avrebbe risparmiato delle cadute pazzesche.
Ora che lavoro per il Comune capisco come le cose negli anni non siano cambiate!
Ma il ricordo più bello di quei giorni è quello di mio padre.
A volte d’estate, terminato il lavoro in Banca, passava a vedermi e mi chiedeva ”Vuoi il gelato? “, sventolando una banconota da 500 lire.
Quel gesto voleva dire che potevo scegliere altri nove compagni a cui offrire il gelato e mi sentivo così importante!
Correvo inseguita dai ragazzini che chiedevano di essere scelti e ordinavo dieci gelati da cinquanta lire!
Il chiosco di Camillo era sotto gli ippocastani come ora, i prezzi sono cambiati….
La vecchia pista di pattinaggio non c’è più, e nemmeno mio padre.
Ogni tanto mi capita d’incontrare Davide Zanchi e il mio cuore sorride perché lo rivedo a sette-otto anni cadere e rialzarsi in quella grigia giornata d’autunno.

lunedì 10 maggio 2010

insonnia -1968

Sono circondata dal buio. Gli occhi mi bruciano, li tengo spalancati nel nero per riuscire ad orientarmi.
Sono nel mio nuovo letto, sfrattata dalla camera di mamma e papà. Ora sono grande, così hanno deciso.
Mi trovo nel corridoio, lungo e stretto. Non un filo di luce trapela, le tapparelle della sala e della cucina sono tutte giù. Quando sarò grande, mi dico, la luce entrerà sempre, a costo di risvegliarmi con il sole negli occhi.
Sento il campanile, scandisce questo mio tempo, aumentando l'angoscia. Faccio il conto nella mente delle ore di sonno perse . "I bambini devono dormire almeno 10 ore per stare bene", con ansia percepisco che è tardi.
Abbiamo tre camere da letto: una per i miei genitori, una per i miei nonni e una per le mie sorelle. Da questa sera io ho il corridoio. Mi troverei meglio nella vasca da bagno e sono quasi tentata di trasportarci cuscino e coperte ma non oso appoggiare il piede a terra.
E se arrivasse Belfagor? Quasi sento il suono del violino, che accompagna le sue apparizioni nelle sale del Louvre. Non cammina, scivola sul pavimento facendo frusciare il nero mantello...
"Gesù Giuseppe Maria Vi dono il cuore e l'anima mia, Gesù Giuseppe Maria siate la salvezza dell'anima mia", ripeto la cantilena con il viso ormai tutto sudato perchè sono nascosta sotto le coperte.
Mi sono quasi dimenticata di Belfagor quando ricominciano i rintocchi...nove dieci undici o erano dodici, non sarà mica mezzanotte?
Ma possibile che dormano tutti? Siamo in sette, nessuno si alza stasera per andare in bagno, nessuno tossisce, parla nel sonno in modo da chiamare con una scusa?
E' così difficile avere sette anni.............

mercoledì 5 maggio 2010

Il Lido di Arona negli Anni '60

Arriva finalmente giugno, la fine delle scuole per le mie sorelle ed il definitivo trasloco: la famiglia finalmente riunita. Scoppia l'estate, senza l'afa terribile della Bassa nè il tormento delle zanzare, arriva il caldo e scopro il LIDO. E' come essere al mare: ombrelloni, sabbia, cabine. Anche il Pò è un corso d'acqua ma per noi è impossibile andarci, con tutte quelle leggende di gente affogata trascinando con sè i familiari accorsi, con mulinelli terribili come il Maelstrom di Allan Poe!
Del tipo: metti un piede in acqua e addio bambina! E non solo! Ad una ad una le tue sorelle si attaccherebbero a te per salvarti e, come una catena umana, sareste trascinate nel profondo. Vuoi far morire anche le tue sorella? Dopo tali incoraggiamenti, resti distesa sulla sabbia con quell'odore di acqua putrida, stagnante.
Una volta l'educazione comprendeva tutta una serie di annedotti volti a non farti fare determinate cose. Ogni famiglia aveva i suoi racconti tramandati. Ad esempio una volta una bambina è morta perchè è stata talmente tanto tempo seduta sulla tazza che tutte le sue viscere le sono uscite, cadendo giù nell'acqua di scarico. L' amichetta che lo racconta in giro è velocissima ad andare in bagno ,io la prendo in giro perchè crede a tale scemenza, ma non perdo tempo in quella posizione: ogni volta che mi siedo mi torna in mente quella cosa disgustosa. Mio cugino passa le ore a leggere Topolino, ma lui è maschio e può starci senza problema.
Ma torniamo al lido. L'odore del lago è diverso, è come annusare un secchiello che contiene alborelle! E' piacevole perchè è commestibile e quando lo senti sai che il tempo sta cambiando in peggio. Bello, bellissimo affondare i piedi nella sabbia fine ma quando uno si spoglia dovrebbe avere un costume.
Se sei l'ultima figlia di tre sai cosa significa? Che avrai il costume che ha portato prima tua sorella maggiore, poi quella di mezzo ed infine lo erediti....tenendo conto delle mode. E se è stato fatto ai ferri con la lana? Sai come ti diventa quando esci dall'acqua? E' così imbarazzante.
Perchè una è una bambina allora via, ci si sbizzarrisce con la fantasia! Hai del velluto liscio in casa che ti è avanzato dopo aver fatto dei cuscini per il divano? Mettiamoci intorno un bel giro di pizzo sangallo e via, ecco creato il nuovo costumino!
Non ne volevo uno tutto per me, invece di quello portato dalle mie sorelle? Eccomi accontentata (giuro: il primo costume acquistato in un negozio l'ho avuto in I media per i corsi di nuoto in piscina a Novara, arancione).
La sorella grande è seria, va alla Cattolica e non ha il tempo da perdere andando al lago, quella di mezzo è un'adolescente che va alle Medie e che io devo controllare: cosa fa, con chi sta, se ci sono ragazzini... faccio la spia anche per il suo primo bacio. Avrà la mia solidarietà solo quando adolescente lo diventerò io....
Pubblico due piccole foto di mia sorella con le amiche, in una ci sono anch'io.


L'ingrandisco un pò per far notare come il costume sia decisamente più grande, nonostante i laccetti delle spalline siano legati al massimo si nota un rimborso sul fondo....Il viso che si gira infastidito è quello di mia sorella, devo averla fatta arrabbiare, forse perchè so che qualcuno, che si è preso una cotta per lei, la sta fotografando.....



Eccole qua le amiche di mia sorella: A sta per Annamaria, D per Daniela, N per Nidia (mia sorella) F per Fernanda (ha un fratello macellaio di cui si raccontano particolari degni di un film di Tinto, li capirò più avanti)
Chi c'è dietro l'obbiettivo?
Offro due indizi: 1)ora lavora alla Coop;2) farebbe meglio a smettere d'andare in cerca di funghi .
Peccato non ci sia una foto che mostri le cabine, di legno, proprio come quelle del mare. Anche il fondo ha la stessa base di listelli di legno. Mentre mi cambio si sfila l'anello con l'acquamarina azzurra azzurra di mia sorella grande. Trattengo il fiato, mi chino, cerco di far passare la mano ma non riesco e l'anellino non si vede più. Decido in un attimo che quando qualcuno chiederà dove sia finito l'anello io non ne saprò niente.............

Arona nei favolosi anni Sessanta

Chiudo gli occhi e ancora riesco a vederli: giganteschi tulipani gialli e rossi, alternati, a bordare le aiuole dei giardini del lungolago. Corolle grosse, carnose, che istigano la mano a coglierle. Ma resisto. Un cartello dice che è vietato cogliere i fiori e, incredibile, la gente lo rispetta. Mi accontento di sfiorarli e resto sdraiata sull'erba a guardarli in controluce: rosso e giallo. Forse il grado di civiltà si misura dai fiori. Mia madre mi chiama, mi prende per mano e blocca un grande girotondo. " Questa bambina non ha amici, fatela giocare con voi" dice spezzando la catena di mani per inserire le mie. Mi vergogno ma i bambini mi inglobano e gioco felice. Rialzo, Ce l'hai, Nascondino: i Giardinetti sono il Paradiso. Ci sono anche gli uccelli colorati e un pappagallo che ripete il suo nome "Loreeeto" ogni volta che lo chiami. Nessun pensiero, preoccupazione: solo gioco puro, il continuo movimento, non senti nemmeno la fame. Che perdita di tempo sedersi a tavola!
Abito in Via Gramsci al n.16, dal balcone vedo bene il lago perchè ancora non hanno costruito i palazzi che poi lo nasconderanno e di fronte c'è l'Osteria della Speranza, con i campi da bocce, che verrà sostituito dall'orribile Antares della Salina, senza grazia.
Abituata al Pò, il Lago è una meraviglia, ha il colore del mare e mi sento in vacanza.
In occasione della Fiera montano il palco, proprio sulla sabbia dello spazio destinato ai giochi dei bambini, smontano le altalene, ritirano le altre giostrine. Ma non è incredibile che Caterina Caselli, con il suo caschetto, stivali e abito bianco e nero stia cantando "Nessuno mi può giudicare"? Certo la vedo da lontano, non ho il biglietto e non sono seduta, ma la voce corre nell'aria, libera.

martedì 4 maggio 2010

Perchè mi trovo qui

Tutta la nostra vita è legata da una serie di innumerevoli coincidenze. Se non fossi andata, se non avessi incontrato, se ci fosse stata la nebbia.....
Già, la nebbia. Quella nebbia fitta, quel muro ovattato che ti isola da tutto e da tutti, quel mondo sospeso. Una nebbia tanto fitta da tagliarla col coltello. Insomma, la nebbia della Bassa, la mia Bassa, quella che porto nel cuore, la mia terra, le mie radici.
Se al casello autostradale di Sesto Calende la nebbia non si fosse improvvisamente dissolta, lasciando mia madre estasiata dallo spettacolo delle montagne piene di neve illuminate dal sole io non sarei qui.
Mio padre lavorava per la Ca' de Sass, La Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, quando le banche erano banche, cioè una cosa seria. Gli venne offerto (o forse imposto) il trasferimento:Arona, sul Lago Maggiore o Como.
Non ci fu bisogno di vedere Como: mia madre aveva scelto. Se quel giorno il sole fosse stato così splendente io sarei comasca e chissà quale fine avrei fatto..........
Immaginate una bambina di cinque-sei anni portata via dal suo mondo, gli amichetti, il cortile, la cantina, la casa con le rose rampicanti trasportata con un pò di mobiglio in un posto sconosciuto, in una casa bella, ma estranea. Ricordo bene che la sera si cenava a lume di candela, perchè il contratto della luce non era ancora stato attivato, in una stretta cucina su un piccolo tavolo rotondo di legno, e l'angoscia mi faceva scivolare sulle guance lacrimoni disperati. Sorelle e nonni erano rimasti al paese, per aspettare la fine delle scuole, poi ci avrebbero raggiunto tutti con il resto dei mobili. Era il mese di marzo, mio padre lavorava nella nuova sede, mia madre aveva mille occupazioni per sistemare la casa ed io passavo ore sul balcone con un secchiello pieno di foglie secche.
"Questa bambina non può stare così tutto il giorno, deve giocare con i bambini, mandiamola all'asilo." Nooo, tutto ma non l'asilo. Ho sempre detestato l'asilo, con le suore, gli ordini, i pianti. Già era difficile cambiare città ma anche l'asilo.........
Lo ricordo come fosse appena successo. Mia madre suona il campanello dell'Asilo Bottelli, il portone si apre e compare Suor Irene. "Sorella, ci siamo appena trasferiti, potrebbe prendere mia figlia all'asilo?" "Quando compie i sei anni la bambina?" "A giugno"
Allora la piccola Suor Irene mi accarezza e mi dice:"Per così poco tempo non vale la pena, resta pure a casa ". Ecco perchè per me Suor Irene è sempre stata un mito.