martedì 17 agosto 2010
sugar baby love ovvero il mio primo sciopero
Dunque, sono in III B e ne sono la leader.
Sono le dieci, manca poco all'intervallo e arriva la notizia che ci saranno due ore buche.
La prof. di matematica ci informa che si fermerà lei, faremo un compito in classe a sorpresa.
Lo dice malignamente, lei è un'equazione vivente: tanto brava ad insegnare quanto stronza nei rapporti umani. Ci chiama sempre "figli di buona madre", cretini e via dicendo. Io non ho problemi, ho nove in pagella ma mi faccio portavoce del mormorio di protesta alle mie spalle. Mi alzo e dico: "No, noi non faremo il compito,prof."
La campanella dell'intervallo interrompe la discussione e lei esce dall'aula.
"Me ne vado per due ore- dico alla classe-faccio sciopero, chi viene con me?"
In gruppo usciamo dal cortile.
Per strada siamo eccitate: il nostro primo sciopero! Già, non stiamo bigiando, che ci vedano pure in giro, noi siamo in S C I O P E R O!
Andiamo sul corso, al bar dello Sport che ora non esiste più.
C'è il juke-box e ognuna di noi inserisce a turno una moneta.
Scegliamo Sugar baby love e ci inventiamo un ballo.
Ci mettiamo in fila di fronte al juke-boxe e insieme andiamo all'indietro, battendo le mani poi sul fondo del locale ci giriamo tutte quante e ritorniamo dimenandoci in sincronia, sempre allineate.
Quanto ridere! E che confidenze...incredibili. Scopro cose che mai avrei immaginato delle mie compagne...
Per le dodici rientriamo a scuola, dove vengo blindata e portata in Presidenza (solo io, questo diventerà un leift-motive della mia vita...).
Quello che ho fatto è molto grave, mi dicono.
"Perchè? Abbiamo solo scioperato per una cosa ingiusta. Anche voi scioperate quando lo ritenete opportuno".
Non funziona proprio così, ma, evidentemente, non vogliono discutere con una ragazzina e mi scrivono una nota sul diario, mi va fin troppo bene.
Grazie a Dio mia sorella non insegna più qui, al momento è all'Itis. Per l'ultima nota presa mi sono fatta tutta la strada fino a casa con lei che mi ripeteva: "Guarda che figura mi fai fare! bla bla bla...." .
Mi ha preso per sfinimento, tanto che mi sono persino pentita di aver tirato la penna (di metallo , mica una bic) a Martino, senza neanche colpirlo alla testa, come avevo mirato....
lunedì 16 agosto 2010
le cinghiate
E' il mio amico del cuore, ha cinque anni, uno più di me.
Di solito c'è una bella vista perchè da lì si vedono i cavalli, altrimenti nascosti dall'alto muro di mattoni rossi.
Giorgio s'inventa un nuovo gioco e, subito, lo imito.
Strappiamo piccole striscioline di Topolino, le appoggiamo sui vetri appannati, poi le ripieghiamo umide, ce le mettiamo in bocca per masticarle lentamente e inghiottirle.
Andiamo avanti un po' così, ci mangiamo un paio di pagine.
Sua madre sta lì con noi in cucina, silenziosa continua a lavorare.
Rientra il padre, serio, stanco. Non mi considera.
La madre gli bisbiglia qualcosa.
Lui chiama Giorgio e gli fa cenno d'entrare in sala, con la doppia porta a vetri smerigliati.
Giorgio china la testa e s'avvia.
Il padre si sfila la cintura dai pantaloni, entra nella sala dopo di lui.
Lo sento gridare mentre me ne sto impietrita nel corridoio.
Apro adagio la porta di casa e me ne vado, non scappo, non corro giù per i gradini, ma scendo piano, appoggiata al corrimano.
Non capisco.
Per qualche giorno Giorgio non scende, poi quando torna in cortile facciamo finta di niente e riprendiamo a giocare.
Un giorno vengo a sapere che suo padre è morto.
Per il funerale Giorgio è tirato a lucido, con una perfetta riga nei capelli leccati.
Mi siedo al suo fianco sui gradini del pianerottolo.
"Non piangi?" gli chiedo.
"Era un bastardo" mi risponde.
Si trasferisce in un altra casa, troppo lontano da me e non giocheremo più.
Mi sono chiesta spesso il motivo di quelle cinghiate, probabilmente non esisteva.
Ci fossimo mangiati almeno quel giorno il Topolino n.1!
lunedì 5 luglio 2010
la rosa bianca
Mia madre mi tira per un braccio dentro casa: "Non respirare questa polvere!" mi sgrida.
Aspetto un po' e poi, zitta zitta, apro piano la porta e scendo di sotto.
C'è altra gente che come me è affascinata dalla distruzione.
Costruiranno case più alte e più belle, mi hanno detto.
Tanti amichetti del quartiere se ne sono dovuti andare. Graziano è partito per Novara con i suoi fratelli e non lo rivedrò più. Un giorno ce ne dovevamo andare a cercare l'albero della liquerizia, per scavare le radici e raccoglierla. Lo zainetto per la spedizione sta ancora sotto il letto.
Piano piano buttano giù tutto, se ne va anche l'osteria della Speranza, con i suoi campi da bocce e i pergolati di uva americana.
E' davvero necessario tutto questo?, mi chiedo.
Poi se ne vanno, lasciando le rovine nude alla vista di tutti.
Le carte da parati, le piastrelle spezzate,le testimonianze di anni di vita.
Resterà per sempre vuoto il cortile delle serate d'estate, dove i più grandi tenevano banco, come l'Adriano, che ancora non immaginava che avrebbe fatto il sindacalista.
Si sono presi anche il portone in legno dell'ingresso, quello addobbato con il Marcello con tanti fiori bianchi per la processione del corpus domini.
Cade la neve, misericordiosa, copre lo scempio.
Cammino con la lingua in fuori per raccogliere i fiocchi e chiamo Mariangela dalla strada.
La sua casa, sopra la tintoria dei De Lisa, resisterà ancora qualche anno.
Troviamo vecchi vassoi dell'osteria e con quelli ci lasciamo scivolare giù dai mucchi di rovine.
Poi il vecchio scherzo, quello che costa sempre un paio di sberle a Mariangela quando rientra a casa.
La istigo ogni volta , lo ammetto, sono colpevole, ma ha una madre pazzesca.
Mariangela grida da sotto : "Mamma! Mamma! Mamma!" fino a quando lei non s'affaccia dall'ultimo piano, tutta spettinata e chiede "Cosa c'è?".
E noi insieme le urliamo: "Tira la corda!" e scappiamo ridendo.
La corda sarebbe la catenella dello sciacquone del bagno....
Voglio bene a Mariangela, è una buona amica, ed è per questo che l'accompagno a farsi ricucire la testa dopo che il Fulvio gliela rompe con un mattone.
Suono al campanello della dottoressa Desani e le chiedo aiuto, Mariangela sanguina in testa. Se sua madre lo scopre la picchia di brutto, non può giocare tra le rovine. E poi non abbiamo i soldi. Non so com'è che la convinco a non mandarci al pronto soccorso dell'ospedale, ricuce lei la ferita , senza farci pagare nulla.
I lavori non iniziano, le rovine rimangono così per mesi.
Ci inventiamo un nuovo gioco:di un appartamento a piano terra è rimasto quasi intatto il bagno. Riempiamo d'acqua la vasca e poi immergiamo tutte le bottiglie vuote rimaste dell'osteria. Stacchiamo le etichette e le incolliamo sul muro di una cantina che diventerà la nostra stanza segreta.
E' in uno di questi pomeriggi che faccio la scoperta.
Trovo una piccola rosa bianca, cresciuta tra le rovine.
E' bellissima, perfetta, innaturale in un luogo simile.
Stento a crederci, perchè so che le rose non sono fiori selvatici e mi chiedo come sia cresciuta lì, in mezzo ai rovi e alle robinie.
La guardo e la riguardo, incredula.
Sono sola e non so che fare.
E sbaglio.
La raccolgo.
La strappo e la porto a casa come trofeo, certa che forse non mi crederebbero.
Quando la metto nel bicchiere capisco che ho spezzato la magia e che ora la bella rosa bianca è solo un semplice fiore, una comune rosa che si può cogliere in qualunque giardino.
Poco dopo inizieranno i lavori di costruzione e anche il nostro posto segreto verrà spazzato via.
mercoledì 30 giugno 2010
insonnia 2010
l'amico di una vita
Io me ne sto tranquilla ad annusare l'aria, l'odore dei formaggi appesi sotto al porticato: ancora non so che la stoffa è destinata a me e al posto del mercato coperto costruiranno il "mio" museo archeologico.
E' un giorno qualunque di settembre, 1972: tra poco inizierò le Medie.
Mi sento grande, ma è solo un attimo.
Mi guardo le gambe ancora avvolte dai calzettoni bianchi di cotone traforato (quelli che quando li togli ti lasciano l'intera trama di buchi e fossette disegnata sulla pelle) e pedalo sulla bici di mia sorella, la sua assurda Graziella rosa.
Ho una gonna tutta a pieghe, tipo kilt, e una camicia che mia madre ha ricavato dalla stoffa scozzese del mercato.
Mi sento un po' tovaglia da cucina, ma non è il caso di andare troppo per il sottile per una volta che ho dei vestiti cuciti per me e non passati dalle mie sorelle.
Elvira, la figlia del panettiere della casa del Pane, dice che all'oratorio c'è un ragazzo carino che le piace molto e me lo vuole far vedere.
Così faccio avanti e indietro, salita e discesa con la bici, cercando di guardare giù dal muretto.
Tutto questo mio svolazzare bianco e azzurro attira l'attenzione dei quattro ragazzini che giocano a pallacanestro e l'amicizia è subito fatta.
E' il classico gruppetto in cui un elemento compensa l'altro.
C'è quello carino, che, nonostante le proteste dell'Elvira, diventerà il mio primo ragazzino; c'è quello spavaldo, che s'atteggia ad arrabbiato e che uscirà dal gruppo poco dopo il mio ingresso, disturbato dalla presenza di una femmina in territorio maschile; c'è il sempliciotto a cui va sempre bene tutto, che cammina con i piedi a papera; e c'è lui, un'incontenibile forza della natura con un sorriso alla Paul Newman, il matto, l'estroverso, l'Amico di tutta una vita.
Quando il Dido se ne va dal gruppo, sotto sotto ne siamo tutti contenti.
Dolcevita scure, labbra sempre piene di croste che sanguinano ad ogni ghiacciolo e quelle ballate di De Andrè cantate ad alta voce. "Aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso" .
Ma via lui, salta fuori la vena del cantante anche all'Elio, che io chiamo a casa mia Paperotto, che ripete con la stessa voce in falsetto le canzoni dei Cugini di Campagna.
Esasperante.
Il ragazzino che piace a me è serio e fissato con il calcio.
Due pomeriggi di allenamento, tutte le domeniche a giocare e niente in comune, solo il classico bel faccino.
Con Vincenzino, invece, posso parlare di tutto e il tempo vola.
Il giorno del mio primo appuntamento, mi prendono le mie due sorelle e mi dicono:"Non vorrai mica uscire così ".
Si va al cinema, lui mi bacia e introduce la lingua nella mia bocca.
Rimango veramente sconvolta, ma non dico nulla, solo che devo andare in bagno.
Me ne esco dal cinema e vado all'oratorio.
Quando Vincenzino mi vede arrivare sgrana gli occhi ,mi chiede cosa ci faccio lì e dove sia l'altro!
L'altro? Bell'amico che hai, gli dico. Che schifo! Mi ha messo la lingua in bocca!
Guarda che è normale!
No no, non è per niente normale, così non mi va.
Da quel pomeriggio inizia la nostra confidenza. Mi sta dietro ore e ore a parlare...
Poi me la combina grossa.
Dopo un paio di settimane si stanca dello scherzo e mi prende in giro: mi arrabbio ma fa talmente il cretino che lo perdono.
L'Elio dice sempre che devo stare attenta che se gli tocco la testa mi pungo perchè ha i capelli duri come fil di ferro ed è vero! sembra di toccare la spazzolina per le scarpe di camoscio!
Poi una domenica, mentre qualcuno gioca a calcio come sempre, ce ne andiamo su per i boschi di San Carlo, con l'Elio che fa da radio.
"Non hai paura a venire in posti sperduti con noi?" mi prende in giro.
"Sei suo amico da una vita, non avresti mai il coraggio nemmeno di sfiorarmi"
"Vuoi vedere?" mi sfida.
"Dai, vediamo cosa sai fare".
Si avvicina con la faccia da scemo, mi slaccia il bottone dei jeans e poi grida che ho vinto io: non tradirebbe mai un amico.
Poi la vita ci allontana, io incontro il vero amore.
Ogni tanto però trovo per strada Vince ed è come se il tempo non fosse passato.
Vince diventa serio, si toglie la maschera da buffone e mi dice: " Erano rosse. Quel giorno portavi delle mutandine rosse".
Non voglio ammettere il suo sentimento e scherzo, lo prendo in giro, turbata .
E subito rimettere la maschera da buffone, consapevole che non potrei più essere sua amica una volta dichiarato il suo amore.
Lo rivedo qualche giorno più tardi sotto casa, gli chiedo di aspettarmi e salgo a prendere la mia copia di Cirano de Bergerac.
"Conosci la canzone di Jackson Browne, Running on empty?", mi hai chiesto un giorno.
Running on - running on empty
Continuo a correre a vuoto
Running on - running blind
Continuo a correre bendato
Running on - running into the sun
Continuo a correre verso il sole
But I'm running behind
Ma sto correndo all’indietro
Gotta do what you can just to keep your
love alive
Devi fare quello che puoi per mantenere in vita il tuo amore
Trying not to confuse it with what you do to survive
Cercando di non
confonderlo con quello che fai per sopravvivere
lunedì 21 giugno 2010
il motorino
La sua voce ha un tono strano, un timbro euforico che mi fa scendere le scale di corsa .
Vicino al garage mio padre se ne sta seduto su un motorino, verde scarabeo, Peugeot.
Mi dice che l'ha comprato per sè ma gli leggo in faccia la bugia.
Un momento: io ho appena fatto 12 anni, ce ne vogliono 14 per poter andare in motorino....
"Posso provarlo? Devo andare a scuola a ritirare un foglio".
Il mio entusiasmo gli fanno di dire di sì.
Mi consegna il motorino acceso e mi dice:"Vai!".
Ma che razza di incosciente, papà! Io non ho mai guidato prima!
Non so come ma arrivo alla scuola media.
Problema: non mi hai detto come si spegne, nè come si riaccende!
Ora che faccio? Lo tiro su, sul cavalletto, lo lascio acceso fuori dalla scuola, entro ed esco con il mio documento.
Imparo in fretta e niente mi ferma più una volta assaporata la libertà.
Il vento tra i capelli è una sensazione bellissima.
Mi sento così potente mentre deciso la strada da prendere, la scorciatoria da seguire.
Giro senza meta nell'estate che è esplosa tutt'intorno, nei campi pieni di margherite, nei boschi odorosi di terra fresca.
Vado e vado, mi arrampico per paesi mai sentiti.
Perdo la strada e la ritrovo.
Sono sempre sola in questo mio girovagare.
So che suona ridicolo, ma è come se il mio sogno si fosse avverato.
Sono un pellerossa in sella al suo cavallo che corre nella prateria, il vento tra i capelli e lo spirito libero e indomito. Troppi Tex nella mia infanzia!
Le oche
Sto in una villetta presa in affitto per le vacanze.
Mio padre ha un amico geniale che ha consigliato questo posto sperduto tra la campagna e il mare delle Marche.
E' l'estate del 1970 e la partenza per le vacanze coincide con l'arrivo della nuova macchina, una Citroen enorme, bombata e bianca come un confetto, che mia madre ha già soprannominato "Pescegatto".
Mio padre trova grandioso come l'auto si alzi e s'abbassi e mostra a tutti la novità.
A me piaceva la vecchia Ford Taunus, questa odora troppo di nuovo e anche il nuovo posto non mi piace per niente.
Dopo pranzo vanno tutti a dormire, come nei cartoni di speedy gonzales!.
Io non so che fare, giro nel cortile, passo tra i filari dei peperoni, dei fagiolini, dei pomodori tirando sassi nella polvere.
Me ne sto lontana dal pollaio: due vespe mi hanno punto ieri, proprio sul petto.
Mi sono avvicinata alla rete per guardare le galline, in costume da bagno e non ho visto il loro nido fissato tra le maglie.
E' la seconda volta che mi faccio male quando mia madre va al mercato...
L'anno scorso ad Alassio mi ha punto un pesce ragno, un dolore pazzesco e la vergogna di piangere davanti a mio padre.
Stavolta le vespe...Mi pungono e scappo via.
Mio padre sta leggendo il giornale sui gradini , io gli passo di fianco senza dire nulla ma la mia faccia mi tradisce perchè mi grida dietro: "cosa ti è successo?".
Mi sento in trappola: mi hanno punto sul seno che ancora non c'è ma nello stesso tempo io credo ci sia... una vergogna incredibile.
Ma il dolore è forte e mi metto a piangere, arrabbiatissima con mia madre che ha pensato d'andare a Senigallia per bancherelle con mia sorella.
E' la mia fine perchè arrivano tutti, compresi gli estranei del posto che ci hanno affittato la villetta.
Chi dice di usare l'ammoniaca, poi l'aceto, poi sgridano mio padre perchè non mi ha messo subito una lama di coltello sulle punture...
Oggi sto attenta e giro alla larga dal pollaio, quando sento un fruscio e mi blocco.
Poi uno sbattere di ali...
Non ci sono galline nel recinto, con questo caldo.
Di nuovo quel suono ovattato.
Giro intorno al recinto e le vedo.
Due oche grasse, bianchissime, il petto in fuori, stanno appese a testa in giù, le zampe legate.
Belle come due cigni, ogni tanto danno un colpo d'ali.
Non capisco e m'avvicino fino a guardarle negli occhi.
E li vedo: due piccoli fori trapassano le loro tempie.
E faccio un salto indietro al loro sbattere.
Vedo a terra una ciotola che ha il compito di raccogliere il sangue colato.
Sono inorridita e corro in casa, volando su per i gradini.
Tutto normale, mi dicono. Si usa così.
Normale? Appoggiare la loro testa e avvitargli dentro un trivellino lasciandole in agonia per ore?
Lo sapevo che c'era qualcosa di che non andava in questa famiglia che ci affitta il villino.
Hanno una figlia cicciona, di 11 anni, che tiene i capelli raccolti in una crocchia così da sembrare ancora più alta.
Ogni volta che le chiedo di giocare mi dice che deve aiutare i suoi.
E' inquietante, mi fa sentire piccola e viziata.
Ogni tanto mia madre li convince a lasciarla venire con noi al mare, non che io ci tenga, ma non c'è nessuno in spiaggia.
Che Dio maledica chi ci ha fatto venire in questo posto, mi ripeto da quando sono arrivata.
Già al nostro arrivo in spiaggia io e mia sorella ci siamo guardate e col pensiero ci siamo chieste: e adesso?
Sabbia e mare. Il nulla assoluto attorno.
Niente cabine, sdrai, ombrelloni, bibite, rete per giocare a pallavolo, gelati, insomma tutte quelle cose che trasformano le giornate in vacanza.
Mio padre legge lo sgomento e ci incita a correre dentro le onde.
Dai, via, tutti in acqua!
E corro, per non deluderlo, dentro a quel mare salato.
E, immediatamente, schizzo fuori!
Immaginate le croste da pattinatrice a caviglie e ginocchia combinate con acqua e sale!
"L'acqua di Alassio non mi avrebbe fatto così male!" grido e me ne sto arrabbiata sull'asciugamano.
E poi ogni giorno qui mangiamo verdura e verdura.
Fagiolini pranzo e cena, perchè ne possiamo raccogliere quanti ne vogliamo.
Voglio tornare a casa.
Mia sorella se la passa meglio: s'è innamorata di un ragazzino figlio di una francese che prende il sole in spiaggia vicino a noi, nera come il carbone, una di quelle fissate con la tintarella.
Una sera a mezzanotte mia sorella non è ancora rientrata e dobbiamo uscire tutti a cercarla.
La troviamo in spiaggia col francesino vicino a un fuoco che hanno accesso, altrimenti non l'avremmo mai trovata, mica ci sono i lampioni del lungomare....come ad Alassio.
sabato 19 giugno 2010
compleanno
Oggi è il mio compleanno e voglio uscire presto.
Nel viale arriva l'odore dei tigli che mi allarga il cuore ad ogni respiro.
Mi sento felice, c'è anche il sole finalmente.
Luciano il macellaio mi saluta:"Buongiorno Signora, vede che la tengo d'occhio !"
Apro il portone della biblioteca e la musica di una radio mi avvolge e mi scalda il cuore.
Mi sento compagna di vita di un'umanità infinita.
Vorrei poter sbirciare invisibile nelle loro vite per poterle scrivere, perchè ogni vita è storia e per restare tale deve essere raccontata, fermata nel tempo.
Vorrei gridare nel cortile:" Oggi è il mio compleanno!" e offrire un pezzo di torta a tutti.
Invece, lascio la borsa e i libri e vado in edicola a prendere i quotidiani.
Al mio rientro la musica non c'è più, il momento magico è durato un momento, un attimo di armonia che conserverò prezioso nel mio cuore.
mercoledì 16 giugno 2010
pioggia sul lungolago
La pioggia cade pesante, indistinta.
Avvolge come una cortina il lago color grigio antico.
L'aria è impregnata dell'odore dei tigli.
Impregnata nel senso che è pregna, gravida: come se le molecole di ossigeno fossero state fecondate dal penetrante profumo di questi piccoli fiori.
L'odore avvolge e penetra anche me e mi sento sazia, nello stomaco e nella mente, mentre cammino sotto la pioggia.
Sazia di cibo, abiti, libri,mobili, accessori, di tutto il superfluo accatastato in una vita.
E vorrei gettare l'ombrello, levarmi le scarpe, gli anelli, le collane, i vestiti per lasciarmi scivolare nell'acqua e divenire liquida io stessa, argenteo mercurio nell'armonia dell'unviverso
lunedì 14 giugno 2010
il ghiacciolo bianco
domenica 13 giugno 2010
l'incontro con la morte
Poi è arrivato il turno dei morti cinematografici.
Una trovata geniale di mia madre e mia sorella: portarmi con loro al cinema in una sera d'estate a vedere un film vietato ai minori per le scene cruente.
Un film vietato ai minori per mia madre vuol dire semplicemente che una bambina di nove anni come me non può andare, di sera, al cinema da sola.
La figlia di JacK lo Squartatore: già il titolo riporta ad un verbo, squartare, difficile da concepire per una bambina.
Inizia il film. Jack uccide la moglie sotto gli occhi della figlia che associa il balenio della lama al luccichio del ciondolo che la donna porta al collo: da adulta ogni volta che vedrà un riflesso di luce colpire qualcosa di scintillante, come vetro o metallo, ucciderà in vari efferati modi.
E' tardi quando usciamo dal film, quasi mezzanotte, che per me già è l'ora delle streghe. Mi sto spogliando per andare a letto quando mia sorella raccoglie la catena d'argento con il simbolo dei gemelli che mi sono sfilata.
Incomincia a dondolarla davanti agli occhi che sbarra fissi , allunga le braccia, viene così verso di me e mi afferra alla gola.
Io urlo come una matta, lei ride come una matta. Mia madre alterna, la chiama stupida, poi ride. Io sono arrabbiatissima. Lo scherzo andrà avanti a lungo nei giorni a venire. Mi resterà il terrore per i film dell'orrore.
Ma il mio vero primo incontro con la morte avverrà a quindici anni.
Sono al mare, ad Alassio. Tutti gli anni i miei genitori ci passano due settimane, nell'albergo convenzionato con la Cà de Sass, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Ho insistito per andarci anch'io, anche se perderò dei giorni di scuola.
Mio padre non si sente bene ma è da quando sono piccola che lo sento tossire, vedo le medicine sul suo comodino e ascolto il sibilo asmatico sfuggirgli dalla bocca insieme alle parole.
E' un mercoledì, sono le sette del mattino: mia madre bussa alla porta della mia camera. Dobbiamo subito tornare a casa, un tassista guiderà la macchina di papà.
Viene ricoverato alla Clinica San Carlo di Mercurago.
Giovedì torno a scuola, mia madre viene a prendermi all'una. Voglio andare alla clinica ma dice che non serve, devo studiare per recuperare le lezioni perse.
Lo stesso Venerdì.
Sabato pomeriggio, a piedi, arrivo alla clinica:sono le tre del pomeriggio.
Mio padre è strano, gonfio in viso, cerca di scherzare ma la voce esce a fatica, le parole quasi sconnesse. Poco dopo entra in coma.
Mia sorella arriva da Ferrara troppo tardi: ha portato il suo piccolino nato due mesi prima ma ormai non può più vedere nessuno.
Alle sette di sera decidono di andare a casa, ma io devo restare, non si può lasciarlo da solo.
Dico di no, che non voglio ma loro escono.
Resto con mio padre, sola nella camera.
So che morirà e sono terrorizzata dal fatto che accada proprio mentre sono sola con lui.
Gli occhi chiusi, il tubicino con l'ossigeno, la fronte imperlata di sudore.
Cosa fare? Cosa dire? Gli asciugo con il mio fazzoletto la fronte e piango e impreco silenziosamente dentro di me perchè mi hanno lasciato sola.
La mia impotenza mi annienta, mi chiude la gola e non riesco a dirgli :ti voglio bene papà.
Perchè a quindici anni sono impreparata alla morte, sono un'adolescente egoista che si vergogna di mostrare i buoni sentimenti.
Il tempo sembra cristallizzarsi.
Poi mia madre arriva e lo lascio.
Alle quattro del mattino suona il telefono, uno squillo pesante, antico e la voce di mia madre che dice: Il papà è morto.
Non dico nulla e riaggancio.
Di nuovo il telefono ringhia.
Hai capito cosa ho detto? Devi portare il vestito...
Vestito, vestito...cosa vuol dire vestito, che devi vestire un morto???
Meno male che mia nonna è esperta di morte e prepara quello che occorre.
Mi ricordo che salgo sull'auto di mia sorella, la fronte appoggiata al finestrino sento le campane suonare l'Ave Maria. Non piango, non scende neanche una lacrima.
Non capisco subito cosa sia realmente accaduto.
C'è tanta gente intorno a me.
Mi chiudo nella mia stanza e ascolto Crazy Diamond. Per tutto il giorno gira la cassetta dei Pink Floyd, poi viene il momento del funerale.
Scendo in cortile e sono sorpresa di vedere i miei compagni del ginnasio, sono quasi imbarazzata.
E' un lunedì di febbraio, il sole splende nel cielo azzurro, a contrasto con i nostri abiti neri.
Poi il carro funebre parte e in quel partire sento la lacerazione della separazione e finalmente le lacrime scorrono.
Ma il dolore peggiore deve ancora venire perchè ancora non so cosa voglia dire morire.
Lo scopro giorni più tardi, quando sento il pendolo battere le cinque ma la porta di casa non si apre e mio padre non torna.
Quando la domenica mattina mi sveglio e lui non arriva a sedersi sul mio letto per dirmi : svegliati pigrona! Sono le nove!, facendomi arrabbiare.
E dentro di me grido: dove sei? mille e mille volte.
C'è solo la sua assenza che mi parla di lui.
Una notte sola l'ho sognato.
Ero con lui su una barca, io remavo lui mi guardava triste. Scivolavamo sotto i rami dei salici sull'acqua tranquilla. Poi mio padre ha scosso la testa amareggiato e mi ha detto:Hia scattato un intero rullino ma non hai nemmeno pensato di fare una foto a tuo padre.
Ed è stato proprio così: sulla spiaggia ho fotografato gabbiani, cani sconosciuti, sabbia e mare, me stessa.
Sempre presa e piena solo di me ho sprecato il mio tempo in cose futili e l'ho perso.
Ancora adesso certe notti nella mia mente grido :Dovei sei? e lacrime silenziose e tiepide bagnano il mio cuscino.
domenica 30 maggio 2010
sera di maggio
Ho quattro anni. Le gambine corte penzolano dalla sedia, seduta accanto a mia sorella. Siamo felici perchè abbiamo mezzo limone a testa e una liquerizia che affondiamo nel succo aspro prima di succhiare. E' sera, anche i miei nonni siedono fuori sul balcone, al fresco. La rosa rampicante è tutta in fiore e spande profumo nell'aria. Mi sento grande perchè, nonostante il buio, sono ancora sveglia. C'è anche mia madre, è giovane. La vedo parlare con la nonna. Ride: nel buio i suoi denti sembrano una fila di perle. La amo alla follia.
Io e mia sorella stiamo gomito a gomito, attente a non far scivolare il succo sui vestiti, con gli angoli della bocca già neri di liquerizia.
C'è un'apertura ad arco, contornata di rose e mi sembra la casa più bella del mondo.
giovedì 13 maggio 2010
la lingua greca
Era il 1968.
Noi bambini potevamo stare davanti alla TV solo fino al Carosello, poi scattava il veto assoluto.
Ma una sera mio padre mi lasciò vedere un vecchio che recitava con una strana voce , in una strana lingua, incomprensibili parole.
“Questo è Ungaretti, il poeta, e legge in greco l’inizio dell’Odissea, la storia di Ulisse “
Era inquietante e affascinante allo stesso tempo, una lingua così dura eppure bella.
Ma lo sceneggiato no, me ne dovevo filare a letto dopo la lettura del vecchio, anche se supplicavo.
Tormentavo tutti, soprattutto le mie sorelle: chi è Ulisse? Perché non può tornare a casa? E bevevo tutto quello che mi raccontavano.
Mia sorella grande, quella dell’Università, era bravissima : accompagnava con i gesti le parole e così mi immaginavo Polifemo, con il tronco nell’occhio che urlava di dolore, la beffa del nome gridato “Nessuno” e morivo dalla curiosità di vederlo.
Così una sera, dopo essere andata a letto (ero ancora nel lettino piccolo nella stanza dei miei) mi alzai piano piano e mi nascosi dietro la grande poltrona di velluto rossa in fondo al corridoio, proprio di fronte alla porta della sala, con una vista magnifica sulla TV bianconero.
Era la puntata di Polifemo!
Ma che orrore!
Vedo il gigante che afferra i compagni di Ulisse, li sbatte sulla roccia e li mangia!
Strappa le membra e mastica….
Che impressione!
Resto fino a quando Ulisse salpa con la nave e piano piano torno nel mio lettino.
Sono così diventata una delle poche ragazzine che non vedeva l’ora di iscriversi al liceo per imparare la lingua degli Dei e degli Eroi.
La vecchia pista di pattinaggio
Era un giorno nuvoloso d’inizio autunno e una giornata grigia in un paese di lago è davvero sconfortante.
Mia madre aveva esitato ad uscire ma da qualche giorno acqua e vento mi avevano bloccato in casa e non ne potevo più.
Il lungolago era deserto, c’era un solo bambino nella piccola pista di pattinaggio.
Faceva due passi e cadeva, si rialzava, altri due passi e giù, il sedere a terra.
Mia madre deve aver pensato che i pattini a rotelle, o schettini come li chiamavamo noi, non dovessero essere poi tanto pericolosi, data la modesta velocità del bambino.
Miracolosamente, perché non era incline a regali definiti inutili, mi chiese se ne volessi un paio e così mi ritrovai sul corso a comprare il mio primo (e unico) paio di pattini.
Una volta i pattini erano pattini, avevano cioè rotelle di gomma piena che giravano, scivolavano che era un piacere.
Ora li fanno per bambini con le ruote che si bloccano a scatti…
Tornammo alla pista di pattinaggio e il bambino era ancora lì: cadeva e si rialzava.
Agganciai i pattini e cominciai ad imitare il bambino, cadendo però di meno.
Non mi vergognavo, ero più piccola ma avevo già capito come funzionava, probabilmente aiutata dall’avere un maggiore senso dell’equilibrio.
Ti ci potevi ammazzare con quelle rotelle ma nel giro di pochi giorni ero diventata brava.
Quanti chilometri devo aver fatto in quei meravigliosi anni, quanti amici giocavano con me in quella piccola pista.
Avevamo sempre appesa al collo la chiave aggiusta-tutto: bulloni, rondelle, sfere non avevano segreti!
Ma che dolori! Le caviglie mi sanguinavano ogni giorno, dove il piede si inclinava la pelle sfregava contro il cinturino, nonostante i pezzi di gommapiuma che ci infilavamo dentro. Le ginocchia, poi, avevano una crosta continua per i voli, a causa di alcune buche che si erano formate nel cemento. Noi bambini ci chiedevamo perché nessuno venisse mai a richiuderle, un lavoro tanto semplice che ci avrebbe risparmiato delle cadute pazzesche.
Ora che lavoro per il Comune capisco come le cose negli anni non siano cambiate!
Ma il ricordo più bello di quei giorni è quello di mio padre.
A volte d’estate, terminato il lavoro in Banca, passava a vedermi e mi chiedeva ”Vuoi il gelato? “, sventolando una banconota da 500 lire.
Quel gesto voleva dire che potevo scegliere altri nove compagni a cui offrire il gelato e mi sentivo così importante!
Correvo inseguita dai ragazzini che chiedevano di essere scelti e ordinavo dieci gelati da cinquanta lire!
Il chiosco di Camillo era sotto gli ippocastani come ora, i prezzi sono cambiati….
La vecchia pista di pattinaggio non c’è più, e nemmeno mio padre.
Ogni tanto mi capita d’incontrare Davide Zanchi e il mio cuore sorride perché lo rivedo a sette-otto anni cadere e rialzarsi in quella grigia giornata d’autunno.
lunedì 10 maggio 2010
insonnia -1968
mercoledì 5 maggio 2010
Il Lido di Arona negli Anni '60
L'ingrandisco un pò per far notare come il costume sia decisamente più grande, nonostante i laccetti delle spalline siano legati al massimo si nota un rimborso sul fondo....Il viso che si gira infastidito è quello di mia sorella, devo averla fatta arrabbiare, forse perchè so che qualcuno, che si è preso una cotta per lei, la sta fotografando.....
Eccole qua le amiche di mia sorella: A sta per Annamaria, D per Daniela, N per Nidia (mia sorella) F per Fernanda (ha un fratello macellaio di cui si raccontano particolari degni di un film di Tinto, li capirò più avanti)