Al mercato del martedì, in piazza San Graziano, mia madre sta rovistando in un gran mucchio di stoffe, disposte direttamente a terra dall'uomo che le vende di fronte all'Albergo Isabella. Lenzuola, tovaglie, spugne, pezze di stoffa senza un prezzo fisso, ma a discrezione dell'umore di chi vende. Mia madre contratta un taglio di tela scozzese, bianca e azzurra.
Io me ne sto tranquilla ad annusare l'aria, l'odore dei formaggi appesi sotto al porticato: ancora non so che la stoffa è destinata a me e al posto del mercato coperto costruiranno il "mio" museo archeologico.
E' un giorno qualunque di settembre, 1972: tra poco inizierò le Medie.
Mi sento grande, ma è solo un attimo.
Mi guardo le gambe ancora avvolte dai calzettoni bianchi di cotone traforato (quelli che quando li togli ti lasciano l'intera trama di buchi e fossette disegnata sulla pelle) e pedalo sulla bici di mia sorella, la sua assurda Graziella rosa.
Ho una gonna tutta a pieghe, tipo kilt, e una camicia che mia madre ha ricavato dalla stoffa scozzese del mercato.
Mi sento un po' tovaglia da cucina, ma non è il caso di andare troppo per il sottile per una volta che ho dei vestiti cuciti per me e non passati dalle mie sorelle.
Elvira, la figlia del panettiere della casa del Pane, dice che all'oratorio c'è un ragazzo carino che le piace molto e me lo vuole far vedere.
Così faccio avanti e indietro, salita e discesa con la bici, cercando di guardare giù dal muretto.
Tutto questo mio svolazzare bianco e azzurro attira l'attenzione dei quattro ragazzini che giocano a pallacanestro e l'amicizia è subito fatta.
E' il classico gruppetto in cui un elemento compensa l'altro.
C'è quello carino, che, nonostante le proteste dell'Elvira, diventerà il mio primo ragazzino; c'è quello spavaldo, che s'atteggia ad arrabbiato e che uscirà dal gruppo poco dopo il mio ingresso, disturbato dalla presenza di una femmina in territorio maschile; c'è il sempliciotto a cui va sempre bene tutto, che cammina con i piedi a papera; e c'è lui, un'incontenibile forza della natura con un sorriso alla Paul Newman, il matto, l'estroverso, l'Amico di tutta una vita.
Quando il Dido se ne va dal gruppo, sotto sotto ne siamo tutti contenti.
Dolcevita scure, labbra sempre piene di croste che sanguinano ad ogni ghiacciolo e quelle ballate di De Andrè cantate ad alta voce. "Aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso" .
Ma via lui, salta fuori la vena del cantante anche all'Elio, che io chiamo a casa mia Paperotto, che ripete con la stessa voce in falsetto le canzoni dei Cugini di Campagna.
Esasperante.
Gli gettiamo addosso di tutto ma non riesce a controllarsi e "Anima mia"gli esce di continuo dalla bocca.
Il ragazzino che piace a me è serio e fissato con il calcio.
Due pomeriggi di allenamento, tutte le domeniche a giocare e niente in comune, solo il classico bel faccino.
Con Vincenzino, invece, posso parlare di tutto e il tempo vola.
Il giorno del mio primo appuntamento, mi prendono le mie due sorelle e mi dicono:"Non vorrai mica uscire così ".
Mi trascinano in bagno e mi strappano le sopracciglia con la pinzetta.
Scappo letteralmente gridando che sono matte e sotto casa il Vincenzino mi chiede divertito come mai ho una sopracciglia diversa dall'altra e mi accompagna dall'amico.
Si va al cinema, lui mi bacia e introduce la lingua nella mia bocca.
Rimango veramente sconvolta, ma non dico nulla, solo che devo andare in bagno.
Vado invece dal bigliettaio e lascio detto che se un ragazzo mi cerca io sono andata a casa, non mi sento bene.
Me ne esco dal cinema e vado all'oratorio.
Quando Vincenzino mi vede arrivare sgrana gli occhi ,mi chiede cosa ci faccio lì e dove sia l'altro!
L'altro? Bell'amico che hai, gli dico. Che schifo! Mi ha messo la lingua in bocca!
Guarda che è normale!
No no, non è per niente normale, così non mi va.
Da quel pomeriggio inizia la nostra confidenza. Mi sta dietro ore e ore a parlare...
Poi me la combina grossa.
Deve pensare che sono un po' ingenua, diciamo tanto, così se ne esce fuori con la storia che ha un brutto male, alla testa, che non ci sono cure, che ha il tempo contato.
Io la bevo, eccome se la bevo e lo racconto a tutti.
Dopo un paio di settimane si stanca dello scherzo e mi prende in giro: mi arrabbio ma fa talmente il cretino che lo perdono.
L'Elio dice sempre che devo stare attenta che se gli tocco la testa mi pungo perchè ha i capelli duri come fil di ferro ed è vero! sembra di toccare la spazzolina per le scarpe di camoscio!
Alla mattina facciamo la stessa strada, lui va all'Itis io alle Medie. si parla, si ride, si scherza.
Poi una domenica, mentre qualcuno gioca a calcio come sempre, ce ne andiamo su per i boschi di San Carlo, con l'Elio che fa da radio.
Ci sdraiamo sull'erba a guardare il cielo e ci scherziamo.
"Tu non ci puoi venire al paese dell'Elio"
"E perchè?"
"Non soffri di vertigi? Lì ci si arriva solo volando sui condor!"
Ci sfottiamo a vicenda.
"Non hai paura a venire in posti sperduti con noi?" mi prende in giro.
"Sei suo amico da una vita, non avresti mai il coraggio nemmeno di sfiorarmi"
"Vuoi vedere?" mi sfida.
"Dai, vediamo cosa sai fare".
Si avvicina con la faccia da scemo, mi slaccia il bottone dei jeans e poi grida che ho vinto io: non tradirebbe mai un amico.
Una immagine mi rimane impressa nel cuore di quel periodo: la loro partenza per Rimini.
Sono le sette e devo aver proprio trovato una scusa eccellente per essere riuscita a uscire a quell'ora, sacra per la cena per mio padre.
Lascio il motorino davanti alla stazione e corro su per le scale.
Una scena da film, posso anche farla andare al rallentatore.
Loro sono già sul treno e la porta è ancora aperta.
Mi vedono e cominciano a gridare :"Salta su, dai, vieni con noi" e tendono le mani, mi incitano, il mio cuore batte all'impazzata.
Il fischio del treno, la porta sbattuta e loro ancora dal finestrino che mi gridano di correre: sono stordita.
Torno al motorino con la consapevolezza di aver perso qualcosa, per un attimo ho intravisto la libertà, una libertà impossibile.
Arrivano le cartoline senza francobollo, con la multa da pagare.
"Tu che niente sai di baci, paga la multa e taci"
oppure
"Non far crescere le ragnatele!"
Poi la vita ci allontana, io incontro il vero amore.
Ogni tanto però trovo per strada Vince ed è come se il tempo non fosse passato.
Parliamo e parliamo.
La dieta dell'uva, il Giappone, il brevetto da pilota e poi i segreti, i malesseri, i tradimenti, le gioie, i sogni...
Una volta alle elementari ho letto un annedotto su Dante.
Si dice avesse una memoria fenomenale.
Un giorno un suo amico lo incontra per strada e gli domanda :"Qual è il tuo cibo preferito?". "L'uovo" risponde.
Passa un anno e l'amico lo rivede e gli chiede:"E con cosa?".
"Con il sale!".
Così siamo noi: ci vediamo dopo anni e riprendiamo il discorso come se niente fosse.
Io mi sposo, Vince finisce la scuola, sogna di volare, lavora il Libia, va a Roma ma ogni volta che per caso ci si vede non ci si staccherebbe più tante sono le cose da dirci.
Ci si perde per tanto tempo, poi la sua separazione lo riporta nei paraggi.
Mi racconta di sentirsi come il gabbiano Jonathan Livingston e che devo leggere assolutamente quel libro.
Un giorno viene a trovarmi al Museo, la mia Saretta ha sei anni e vuole fare judo nella sua palestra.
Faciamo i conti sugli anni passati e mi viene in mente la Canzone per Piero di Guccini, gliela canticchio .
Vince diventa serio, si toglie la maschera da buffone e mi dice: " Erano rosse. Quel giorno portavi delle mutandine rosse".
E' come ricevere un pugno nello stomaco.
Rivedo la scena in cui Gerard Depardieu interpreta Cirano. Viene colpito alla testa mentre sta andando da Rossana, giungendo in ritardo all' appuntamento per la prima volta in quattordici anni. Sta seduto, la vista annebbiata, sta per morire e Rossana, che non lo sa, gli chiede di leggergli l'ultima lettera scritta da Cristiano. Cirano inizia a leggerla, non accorgendosi che c'è troppo buio per riuscire a vedere le parole. Rossana allora gli chiede come sia possibile e, finalmente, Cirano ammette d'essere lui l'autore delle lettere, le confessa il suo amore, tenuto nascosto nel suo petto tutta una vita.
Non voglio ammettere il suo sentimento e scherzo, lo prendo in giro, turbata .
E subito rimettere la maschera da buffone, consapevole che non potrei più essere sua amica una volta dichiarato il suo amore.
Lo rivedo qualche giorno più tardi sotto casa, gli chiedo di aspettarmi e salgo a prendere la mia copia di Cirano de Bergerac.
E' sottolineata.
Gliela regalo.
Non lo rivedo più.
Ora una strada porta il suo nome.
Lui non ci avrebbe mai creduto, si sarebbe schernito.
"Conosci la canzone di Jackson Browne, Running on empty?", mi hai chiesto un giorno.
Certo, che la conosco, amico mio e stasera la canto per te
Running on - running on empty
Continuo a correre a vuoto
Running on - running blind
Continuo a correre bendato
Running on - running into the sun
Continuo a correre verso il sole
But I'm running behind
Ma sto correndo all’indietro
Gotta do what you can just to keep your
love alive
Devi fare quello che puoi per mantenere in vita il tuo amore
Trying not to confuse it with what you do to survive
Cercando di non
confonderlo con quello che fai per sopravvivere