E' il 1974 l'anno in cui imperversa Sugar Baby Love dei The Rubettes, quindi sono in terza media. Sono una terribile adolescente. Tutti i miei prof della Giovanni XXIII dovranno aver tirato un bel lungo sospiro di sollievo alla fine del triennio!
Dunque, sono in III B e ne sono la leader.
Sono le dieci, manca poco all'intervallo e arriva la notizia che ci saranno due ore buche.
La prof. di matematica ci informa che si fermerà lei, faremo un compito in classe a sorpresa.
Lo dice malignamente, lei è un'equazione vivente: tanto brava ad insegnare quanto stronza nei rapporti umani. Ci chiama sempre "figli di buona madre", cretini e via dicendo. Io non ho problemi, ho nove in pagella ma mi faccio portavoce del mormorio di protesta alle mie spalle. Mi alzo e dico: "No, noi non faremo il compito,prof."
La campanella dell'intervallo interrompe la discussione e lei esce dall'aula.
"Me ne vado per due ore- dico alla classe-faccio sciopero, chi viene con me?"
In gruppo usciamo dal cortile.
Per strada siamo eccitate: il nostro primo sciopero! Già, non stiamo bigiando, che ci vedano pure in giro, noi siamo in S C I O P E R O!
Andiamo sul corso, al bar dello Sport che ora non esiste più.
C'è il juke-box e ognuna di noi inserisce a turno una moneta.
Scegliamo Sugar baby love e ci inventiamo un ballo.
Ci mettiamo in fila di fronte al juke-boxe e insieme andiamo all'indietro, battendo le mani poi sul fondo del locale ci giriamo tutte quante e ritorniamo dimenandoci in sincronia, sempre allineate.
Quanto ridere! E che confidenze...incredibili. Scopro cose che mai avrei immaginato delle mie compagne...
Per le dodici rientriamo a scuola, dove vengo blindata e portata in Presidenza (solo io, questo diventerà un leift-motive della mia vita...).
Quello che ho fatto è molto grave, mi dicono.
"Perchè? Abbiamo solo scioperato per una cosa ingiusta. Anche voi scioperate quando lo ritenete opportuno".
Non funziona proprio così, ma, evidentemente, non vogliono discutere con una ragazzina e mi scrivono una nota sul diario, mi va fin troppo bene.
Grazie a Dio mia sorella non insegna più qui, al momento è all'Itis. Per l'ultima nota presa mi sono fatta tutta la strada fino a casa con lei che mi ripeteva: "Guarda che figura mi fai fare! bla bla bla...." .
Mi ha preso per sfinimento, tanto che mi sono persino pentita di aver tirato la penna (di metallo , mica una bic) a Martino, senza neanche colpirlo alla testa, come avevo mirato....
martedì 17 agosto 2010
lunedì 16 agosto 2010
le cinghiate
Pioviggina, i vetri della cucina di Giorgio sono appannati .
E' il mio amico del cuore, ha cinque anni, uno più di me.
Di solito c'è una bella vista perchè da lì si vedono i cavalli, altrimenti nascosti dall'alto muro di mattoni rossi.
Giorgio s'inventa un nuovo gioco e, subito, lo imito.
Strappiamo piccole striscioline di Topolino, le appoggiamo sui vetri appannati, poi le ripieghiamo umide, ce le mettiamo in bocca per masticarle lentamente e inghiottirle.
Andiamo avanti un po' così, ci mangiamo un paio di pagine.
Sua madre sta lì con noi in cucina, silenziosa continua a lavorare.
Rientra il padre, serio, stanco. Non mi considera.
La madre gli bisbiglia qualcosa.
Lui chiama Giorgio e gli fa cenno d'entrare in sala, con la doppia porta a vetri smerigliati.
Giorgio china la testa e s'avvia.
Il padre si sfila la cintura dai pantaloni, entra nella sala dopo di lui.
Lo sento gridare mentre me ne sto impietrita nel corridoio.
Apro adagio la porta di casa e me ne vado, non scappo, non corro giù per i gradini, ma scendo piano, appoggiata al corrimano.
Non capisco.
Per qualche giorno Giorgio non scende, poi quando torna in cortile facciamo finta di niente e riprendiamo a giocare.
Un giorno vengo a sapere che suo padre è morto.
Per il funerale Giorgio è tirato a lucido, con una perfetta riga nei capelli leccati.
Mi siedo al suo fianco sui gradini del pianerottolo.
"Non piangi?" gli chiedo.
"Era un bastardo" mi risponde.
Si trasferisce in un altra casa, troppo lontano da me e non giocheremo più.
Mi sono chiesta spesso il motivo di quelle cinghiate, probabilmente non esisteva.
Ci fossimo mangiati almeno quel giorno il Topolino n.1!
E' il mio amico del cuore, ha cinque anni, uno più di me.
Di solito c'è una bella vista perchè da lì si vedono i cavalli, altrimenti nascosti dall'alto muro di mattoni rossi.
Giorgio s'inventa un nuovo gioco e, subito, lo imito.
Strappiamo piccole striscioline di Topolino, le appoggiamo sui vetri appannati, poi le ripieghiamo umide, ce le mettiamo in bocca per masticarle lentamente e inghiottirle.
Andiamo avanti un po' così, ci mangiamo un paio di pagine.
Sua madre sta lì con noi in cucina, silenziosa continua a lavorare.
Rientra il padre, serio, stanco. Non mi considera.
La madre gli bisbiglia qualcosa.
Lui chiama Giorgio e gli fa cenno d'entrare in sala, con la doppia porta a vetri smerigliati.
Giorgio china la testa e s'avvia.
Il padre si sfila la cintura dai pantaloni, entra nella sala dopo di lui.
Lo sento gridare mentre me ne sto impietrita nel corridoio.
Apro adagio la porta di casa e me ne vado, non scappo, non corro giù per i gradini, ma scendo piano, appoggiata al corrimano.
Non capisco.
Per qualche giorno Giorgio non scende, poi quando torna in cortile facciamo finta di niente e riprendiamo a giocare.
Un giorno vengo a sapere che suo padre è morto.
Per il funerale Giorgio è tirato a lucido, con una perfetta riga nei capelli leccati.
Mi siedo al suo fianco sui gradini del pianerottolo.
"Non piangi?" gli chiedo.
"Era un bastardo" mi risponde.
Si trasferisce in un altra casa, troppo lontano da me e non giocheremo più.
Mi sono chiesta spesso il motivo di quelle cinghiate, probabilmente non esisteva.
Ci fossimo mangiati almeno quel giorno il Topolino n.1!
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