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domenica 30 maggio 2010

sera di maggio

Mi piace restare sdraiata ad osservare le nuvole che scivolano lente, mentre le rondini sfrecciano e intrecciano i loro ultimi voli serali. La stessa quiete di tanti anni fa.
Ho quattro anni. Le gambine corte penzolano dalla sedia, seduta accanto a mia sorella. Siamo felici perchè abbiamo mezzo limone a testa e una liquerizia che affondiamo nel succo aspro prima di succhiare. E' sera, anche i miei nonni siedono fuori sul balcone, al fresco. La rosa rampicante è tutta in fiore e spande profumo nell'aria. Mi sento grande perchè, nonostante il buio, sono ancora sveglia. C'è anche mia madre, è giovane. La vedo parlare con la nonna. Ride: nel buio i suoi denti sembrano una fila di perle. La amo alla follia.
Io e mia sorella stiamo gomito a gomito, attente a non far scivolare il succo sui vestiti, con gli angoli della bocca già neri di liquerizia.
C'è un'apertura ad arco, contornata di rose e mi sembra la casa più bella del mondo.

giovedì 13 maggio 2010

la lingua greca

E’ incredibile come certe situazioni si ripercuotano sul tuo essere mentre su quello di migliaia di persone no.

Era il 1968.

Noi bambini potevamo stare davanti alla TV solo fino al Carosello, poi scattava il veto assoluto.

Ma una sera mio padre mi lasciò vedere un vecchio che recitava con una strana voce , in una strana lingua, incomprensibili parole.

“Questo è Ungaretti, il poeta, e legge in greco l’inizio dell’Odissea, la storia di Ulisse “

Era inquietante e affascinante allo stesso tempo, una lingua così dura eppure bella.

Ma lo sceneggiato no, me ne dovevo filare a letto dopo la lettura del vecchio, anche se supplicavo.

Tormentavo tutti, soprattutto le mie sorelle: chi è Ulisse? Perché non può tornare a casa? E bevevo tutto quello che mi raccontavano.

Mia sorella grande, quella dell’Università, era bravissima : accompagnava con i gesti le parole e così mi immaginavo Polifemo, con il tronco nell’occhio che urlava di dolore, la beffa del nome gridato “Nessuno” e morivo dalla curiosità di vederlo.

Così una sera, dopo essere andata a letto (ero ancora nel lettino piccolo nella stanza dei miei) mi alzai piano piano e mi nascosi dietro la grande poltrona di velluto rossa in fondo al corridoio, proprio di fronte alla porta della sala, con una vista magnifica sulla TV bianconero.

Era la puntata di Polifemo!

Ma che orrore!

Vedo il gigante che afferra i compagni di Ulisse, li sbatte sulla roccia e li mangia!

Strappa le membra e mastica….

Che impressione!

Resto fino a quando Ulisse salpa con la nave e piano piano torno nel mio lettino.

Sono così diventata una delle poche ragazzine che non vedeva l’ora di iscriversi al liceo per imparare la lingua degli Dei e degli Eroi.

La vecchia pista di pattinaggio

E’ ad un bambino di sette-otto anni che sono debitrice di una grande lezione di tenacia.
Era un giorno nuvoloso d’inizio autunno e una giornata grigia in un paese di lago è davvero sconfortante.
Mia madre aveva esitato ad uscire ma da qualche giorno acqua e vento mi avevano bloccato in casa e non ne potevo più.
Il lungolago era deserto, c’era un solo bambino nella piccola pista di pattinaggio.
Faceva due passi e cadeva, si rialzava, altri due passi e giù, il sedere a terra.
Mia madre deve aver pensato che i pattini a rotelle, o schettini come li chiamavamo noi, non dovessero essere poi tanto pericolosi, data la modesta velocità del bambino.
Miracolosamente, perché non era incline a regali definiti inutili, mi chiese se ne volessi un paio e così mi ritrovai sul corso a comprare il mio primo (e unico) paio di pattini.
Una volta i pattini erano pattini, avevano cioè rotelle di gomma piena che giravano, scivolavano che era un piacere.
Ora li fanno per bambini con le ruote che si bloccano a scatti…
Tornammo alla pista di pattinaggio e il bambino era ancora lì: cadeva e si rialzava.
Agganciai i pattini e cominciai ad imitare il bambino, cadendo però di meno.
Non mi vergognavo, ero più piccola ma avevo già capito come funzionava, probabilmente aiutata dall’avere un maggiore senso dell’equilibrio.
Ti ci potevi ammazzare con quelle rotelle ma nel giro di pochi giorni ero diventata brava.
Quanti chilometri devo aver fatto in quei meravigliosi anni, quanti amici giocavano con me in quella piccola pista.
Avevamo sempre appesa al collo la chiave aggiusta-tutto: bulloni, rondelle, sfere non avevano segreti!
Ma che dolori! Le caviglie mi sanguinavano ogni giorno, dove il piede si inclinava la pelle sfregava contro il cinturino, nonostante i pezzi di gommapiuma che ci infilavamo dentro. Le ginocchia, poi, avevano una crosta continua per i voli, a causa di alcune buche che si erano formate nel cemento. Noi bambini ci chiedevamo perché nessuno venisse mai a richiuderle, un lavoro tanto semplice che ci avrebbe risparmiato delle cadute pazzesche.
Ora che lavoro per il Comune capisco come le cose negli anni non siano cambiate!
Ma il ricordo più bello di quei giorni è quello di mio padre.
A volte d’estate, terminato il lavoro in Banca, passava a vedermi e mi chiedeva ”Vuoi il gelato? “, sventolando una banconota da 500 lire.
Quel gesto voleva dire che potevo scegliere altri nove compagni a cui offrire il gelato e mi sentivo così importante!
Correvo inseguita dai ragazzini che chiedevano di essere scelti e ordinavo dieci gelati da cinquanta lire!
Il chiosco di Camillo era sotto gli ippocastani come ora, i prezzi sono cambiati….
La vecchia pista di pattinaggio non c’è più, e nemmeno mio padre.
Ogni tanto mi capita d’incontrare Davide Zanchi e il mio cuore sorride perché lo rivedo a sette-otto anni cadere e rialzarsi in quella grigia giornata d’autunno.

lunedì 10 maggio 2010

insonnia -1968

Sono circondata dal buio. Gli occhi mi bruciano, li tengo spalancati nel nero per riuscire ad orientarmi.
Sono nel mio nuovo letto, sfrattata dalla camera di mamma e papà. Ora sono grande, così hanno deciso.
Mi trovo nel corridoio, lungo e stretto. Non un filo di luce trapela, le tapparelle della sala e della cucina sono tutte giù. Quando sarò grande, mi dico, la luce entrerà sempre, a costo di risvegliarmi con il sole negli occhi.
Sento il campanile, scandisce questo mio tempo, aumentando l'angoscia. Faccio il conto nella mente delle ore di sonno perse . "I bambini devono dormire almeno 10 ore per stare bene", con ansia percepisco che è tardi.
Abbiamo tre camere da letto: una per i miei genitori, una per i miei nonni e una per le mie sorelle. Da questa sera io ho il corridoio. Mi troverei meglio nella vasca da bagno e sono quasi tentata di trasportarci cuscino e coperte ma non oso appoggiare il piede a terra.
E se arrivasse Belfagor? Quasi sento il suono del violino, che accompagna le sue apparizioni nelle sale del Louvre. Non cammina, scivola sul pavimento facendo frusciare il nero mantello...
"Gesù Giuseppe Maria Vi dono il cuore e l'anima mia, Gesù Giuseppe Maria siate la salvezza dell'anima mia", ripeto la cantilena con il viso ormai tutto sudato perchè sono nascosta sotto le coperte.
Mi sono quasi dimenticata di Belfagor quando ricominciano i rintocchi...nove dieci undici o erano dodici, non sarà mica mezzanotte?
Ma possibile che dormano tutti? Siamo in sette, nessuno si alza stasera per andare in bagno, nessuno tossisce, parla nel sonno in modo da chiamare con una scusa?
E' così difficile avere sette anni.............

mercoledì 5 maggio 2010

Il Lido di Arona negli Anni '60

Arriva finalmente giugno, la fine delle scuole per le mie sorelle ed il definitivo trasloco: la famiglia finalmente riunita. Scoppia l'estate, senza l'afa terribile della Bassa nè il tormento delle zanzare, arriva il caldo e scopro il LIDO. E' come essere al mare: ombrelloni, sabbia, cabine. Anche il Pò è un corso d'acqua ma per noi è impossibile andarci, con tutte quelle leggende di gente affogata trascinando con sè i familiari accorsi, con mulinelli terribili come il Maelstrom di Allan Poe!
Del tipo: metti un piede in acqua e addio bambina! E non solo! Ad una ad una le tue sorelle si attaccherebbero a te per salvarti e, come una catena umana, sareste trascinate nel profondo. Vuoi far morire anche le tue sorella? Dopo tali incoraggiamenti, resti distesa sulla sabbia con quell'odore di acqua putrida, stagnante.
Una volta l'educazione comprendeva tutta una serie di annedotti volti a non farti fare determinate cose. Ogni famiglia aveva i suoi racconti tramandati. Ad esempio una volta una bambina è morta perchè è stata talmente tanto tempo seduta sulla tazza che tutte le sue viscere le sono uscite, cadendo giù nell'acqua di scarico. L' amichetta che lo racconta in giro è velocissima ad andare in bagno ,io la prendo in giro perchè crede a tale scemenza, ma non perdo tempo in quella posizione: ogni volta che mi siedo mi torna in mente quella cosa disgustosa. Mio cugino passa le ore a leggere Topolino, ma lui è maschio e può starci senza problema.
Ma torniamo al lido. L'odore del lago è diverso, è come annusare un secchiello che contiene alborelle! E' piacevole perchè è commestibile e quando lo senti sai che il tempo sta cambiando in peggio. Bello, bellissimo affondare i piedi nella sabbia fine ma quando uno si spoglia dovrebbe avere un costume.
Se sei l'ultima figlia di tre sai cosa significa? Che avrai il costume che ha portato prima tua sorella maggiore, poi quella di mezzo ed infine lo erediti....tenendo conto delle mode. E se è stato fatto ai ferri con la lana? Sai come ti diventa quando esci dall'acqua? E' così imbarazzante.
Perchè una è una bambina allora via, ci si sbizzarrisce con la fantasia! Hai del velluto liscio in casa che ti è avanzato dopo aver fatto dei cuscini per il divano? Mettiamoci intorno un bel giro di pizzo sangallo e via, ecco creato il nuovo costumino!
Non ne volevo uno tutto per me, invece di quello portato dalle mie sorelle? Eccomi accontentata (giuro: il primo costume acquistato in un negozio l'ho avuto in I media per i corsi di nuoto in piscina a Novara, arancione).
La sorella grande è seria, va alla Cattolica e non ha il tempo da perdere andando al lago, quella di mezzo è un'adolescente che va alle Medie e che io devo controllare: cosa fa, con chi sta, se ci sono ragazzini... faccio la spia anche per il suo primo bacio. Avrà la mia solidarietà solo quando adolescente lo diventerò io....
Pubblico due piccole foto di mia sorella con le amiche, in una ci sono anch'io.


L'ingrandisco un pò per far notare come il costume sia decisamente più grande, nonostante i laccetti delle spalline siano legati al massimo si nota un rimborso sul fondo....Il viso che si gira infastidito è quello di mia sorella, devo averla fatta arrabbiare, forse perchè so che qualcuno, che si è preso una cotta per lei, la sta fotografando.....



Eccole qua le amiche di mia sorella: A sta per Annamaria, D per Daniela, N per Nidia (mia sorella) F per Fernanda (ha un fratello macellaio di cui si raccontano particolari degni di un film di Tinto, li capirò più avanti)
Chi c'è dietro l'obbiettivo?
Offro due indizi: 1)ora lavora alla Coop;2) farebbe meglio a smettere d'andare in cerca di funghi .
Peccato non ci sia una foto che mostri le cabine, di legno, proprio come quelle del mare. Anche il fondo ha la stessa base di listelli di legno. Mentre mi cambio si sfila l'anello con l'acquamarina azzurra azzurra di mia sorella grande. Trattengo il fiato, mi chino, cerco di far passare la mano ma non riesco e l'anellino non si vede più. Decido in un attimo che quando qualcuno chiederà dove sia finito l'anello io non ne saprò niente.............

Arona nei favolosi anni Sessanta

Chiudo gli occhi e ancora riesco a vederli: giganteschi tulipani gialli e rossi, alternati, a bordare le aiuole dei giardini del lungolago. Corolle grosse, carnose, che istigano la mano a coglierle. Ma resisto. Un cartello dice che è vietato cogliere i fiori e, incredibile, la gente lo rispetta. Mi accontento di sfiorarli e resto sdraiata sull'erba a guardarli in controluce: rosso e giallo. Forse il grado di civiltà si misura dai fiori. Mia madre mi chiama, mi prende per mano e blocca un grande girotondo. " Questa bambina non ha amici, fatela giocare con voi" dice spezzando la catena di mani per inserire le mie. Mi vergogno ma i bambini mi inglobano e gioco felice. Rialzo, Ce l'hai, Nascondino: i Giardinetti sono il Paradiso. Ci sono anche gli uccelli colorati e un pappagallo che ripete il suo nome "Loreeeto" ogni volta che lo chiami. Nessun pensiero, preoccupazione: solo gioco puro, il continuo movimento, non senti nemmeno la fame. Che perdita di tempo sedersi a tavola!
Abito in Via Gramsci al n.16, dal balcone vedo bene il lago perchè ancora non hanno costruito i palazzi che poi lo nasconderanno e di fronte c'è l'Osteria della Speranza, con i campi da bocce, che verrà sostituito dall'orribile Antares della Salina, senza grazia.
Abituata al Pò, il Lago è una meraviglia, ha il colore del mare e mi sento in vacanza.
In occasione della Fiera montano il palco, proprio sulla sabbia dello spazio destinato ai giochi dei bambini, smontano le altalene, ritirano le altre giostrine. Ma non è incredibile che Caterina Caselli, con il suo caschetto, stivali e abito bianco e nero stia cantando "Nessuno mi può giudicare"? Certo la vedo da lontano, non ho il biglietto e non sono seduta, ma la voce corre nell'aria, libera.

martedì 4 maggio 2010

Perchè mi trovo qui

Tutta la nostra vita è legata da una serie di innumerevoli coincidenze. Se non fossi andata, se non avessi incontrato, se ci fosse stata la nebbia.....
Già, la nebbia. Quella nebbia fitta, quel muro ovattato che ti isola da tutto e da tutti, quel mondo sospeso. Una nebbia tanto fitta da tagliarla col coltello. Insomma, la nebbia della Bassa, la mia Bassa, quella che porto nel cuore, la mia terra, le mie radici.
Se al casello autostradale di Sesto Calende la nebbia non si fosse improvvisamente dissolta, lasciando mia madre estasiata dallo spettacolo delle montagne piene di neve illuminate dal sole io non sarei qui.
Mio padre lavorava per la Ca' de Sass, La Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, quando le banche erano banche, cioè una cosa seria. Gli venne offerto (o forse imposto) il trasferimento:Arona, sul Lago Maggiore o Como.
Non ci fu bisogno di vedere Como: mia madre aveva scelto. Se quel giorno il sole fosse stato così splendente io sarei comasca e chissà quale fine avrei fatto..........
Immaginate una bambina di cinque-sei anni portata via dal suo mondo, gli amichetti, il cortile, la cantina, la casa con le rose rampicanti trasportata con un pò di mobiglio in un posto sconosciuto, in una casa bella, ma estranea. Ricordo bene che la sera si cenava a lume di candela, perchè il contratto della luce non era ancora stato attivato, in una stretta cucina su un piccolo tavolo rotondo di legno, e l'angoscia mi faceva scivolare sulle guance lacrimoni disperati. Sorelle e nonni erano rimasti al paese, per aspettare la fine delle scuole, poi ci avrebbero raggiunto tutti con il resto dei mobili. Era il mese di marzo, mio padre lavorava nella nuova sede, mia madre aveva mille occupazioni per sistemare la casa ed io passavo ore sul balcone con un secchiello pieno di foglie secche.
"Questa bambina non può stare così tutto il giorno, deve giocare con i bambini, mandiamola all'asilo." Nooo, tutto ma non l'asilo. Ho sempre detestato l'asilo, con le suore, gli ordini, i pianti. Già era difficile cambiare città ma anche l'asilo.........
Lo ricordo come fosse appena successo. Mia madre suona il campanello dell'Asilo Bottelli, il portone si apre e compare Suor Irene. "Sorella, ci siamo appena trasferiti, potrebbe prendere mia figlia all'asilo?" "Quando compie i sei anni la bambina?" "A giugno"
Allora la piccola Suor Irene mi accarezza e mi dice:"Per così poco tempo non vale la pena, resta pure a casa ". Ecco perchè per me Suor Irene è sempre stata un mito.