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giovedì 13 maggio 2010

La vecchia pista di pattinaggio

E’ ad un bambino di sette-otto anni che sono debitrice di una grande lezione di tenacia.
Era un giorno nuvoloso d’inizio autunno e una giornata grigia in un paese di lago è davvero sconfortante.
Mia madre aveva esitato ad uscire ma da qualche giorno acqua e vento mi avevano bloccato in casa e non ne potevo più.
Il lungolago era deserto, c’era un solo bambino nella piccola pista di pattinaggio.
Faceva due passi e cadeva, si rialzava, altri due passi e giù, il sedere a terra.
Mia madre deve aver pensato che i pattini a rotelle, o schettini come li chiamavamo noi, non dovessero essere poi tanto pericolosi, data la modesta velocità del bambino.
Miracolosamente, perché non era incline a regali definiti inutili, mi chiese se ne volessi un paio e così mi ritrovai sul corso a comprare il mio primo (e unico) paio di pattini.
Una volta i pattini erano pattini, avevano cioè rotelle di gomma piena che giravano, scivolavano che era un piacere.
Ora li fanno per bambini con le ruote che si bloccano a scatti…
Tornammo alla pista di pattinaggio e il bambino era ancora lì: cadeva e si rialzava.
Agganciai i pattini e cominciai ad imitare il bambino, cadendo però di meno.
Non mi vergognavo, ero più piccola ma avevo già capito come funzionava, probabilmente aiutata dall’avere un maggiore senso dell’equilibrio.
Ti ci potevi ammazzare con quelle rotelle ma nel giro di pochi giorni ero diventata brava.
Quanti chilometri devo aver fatto in quei meravigliosi anni, quanti amici giocavano con me in quella piccola pista.
Avevamo sempre appesa al collo la chiave aggiusta-tutto: bulloni, rondelle, sfere non avevano segreti!
Ma che dolori! Le caviglie mi sanguinavano ogni giorno, dove il piede si inclinava la pelle sfregava contro il cinturino, nonostante i pezzi di gommapiuma che ci infilavamo dentro. Le ginocchia, poi, avevano una crosta continua per i voli, a causa di alcune buche che si erano formate nel cemento. Noi bambini ci chiedevamo perché nessuno venisse mai a richiuderle, un lavoro tanto semplice che ci avrebbe risparmiato delle cadute pazzesche.
Ora che lavoro per il Comune capisco come le cose negli anni non siano cambiate!
Ma il ricordo più bello di quei giorni è quello di mio padre.
A volte d’estate, terminato il lavoro in Banca, passava a vedermi e mi chiedeva ”Vuoi il gelato? “, sventolando una banconota da 500 lire.
Quel gesto voleva dire che potevo scegliere altri nove compagni a cui offrire il gelato e mi sentivo così importante!
Correvo inseguita dai ragazzini che chiedevano di essere scelti e ordinavo dieci gelati da cinquanta lire!
Il chiosco di Camillo era sotto gli ippocastani come ora, i prezzi sono cambiati….
La vecchia pista di pattinaggio non c’è più, e nemmeno mio padre.
Ogni tanto mi capita d’incontrare Davide Zanchi e il mio cuore sorride perché lo rivedo a sette-otto anni cadere e rialzarsi in quella grigia giornata d’autunno.

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