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domenica 13 giugno 2010

l'incontro con la morte

Il primo morto da me visto è un vecchietto, vicino di casa, quando ancora stavo in Via Gramsci. Mi infilo dentro la potra, nel mezzo del viavai delle condoglianze e lo vedo. Disteso nel letto matrimoniale, in un completo nero che sembra enorme, con una specie di tovagliolo legato sopra la testa, come un uovo di Pasqua. Penso che forse è morto di orecchioni...ma mi spiegano il discorso della mandibola che si spalanca.
Poi è arrivato il turno dei morti cinematografici.
Una trovata geniale di mia madre e mia sorella: portarmi con loro al cinema in una sera d'estate a vedere un film vietato ai minori per le scene cruente.
Un film vietato ai minori per mia madre vuol dire semplicemente che una bambina di nove anni come me non può andare, di sera, al cinema da sola.
La figlia di JacK lo Squartatore: già il titolo riporta ad un verbo, squartare, difficile da concepire per una bambina.
Inizia il film. Jack uccide la moglie sotto gli occhi della figlia che associa il balenio della lama al luccichio del ciondolo che la donna porta al collo: da adulta ogni volta che vedrà un riflesso di luce colpire qualcosa di scintillante, come vetro o metallo, ucciderà in vari efferati modi.
E' tardi quando usciamo dal film, quasi mezzanotte, che per me già è l'ora delle streghe. Mi sto spogliando per andare a letto quando mia sorella raccoglie la catena d'argento con il simbolo dei gemelli che mi sono sfilata.
Incomincia a dondolarla davanti agli occhi che sbarra fissi , allunga le braccia, viene così verso di me e mi afferra alla gola.
Io urlo come una matta, lei ride come una matta. Mia madre alterna, la chiama stupida, poi ride. Io sono arrabbiatissima. Lo scherzo andrà avanti a lungo nei giorni a venire. Mi resterà il terrore per i film dell'orrore.
Ma il mio vero primo incontro con la morte avverrà a quindici anni.
Sono al mare, ad Alassio. Tutti gli anni i miei genitori ci passano due settimane, nell'albergo convenzionato con la Cà de Sass, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Ho insistito per andarci anch'io, anche se perderò dei giorni di scuola.
Mio padre non si sente bene ma è da quando sono piccola che lo sento tossire, vedo le medicine sul suo comodino e ascolto il sibilo asmatico sfuggirgli dalla bocca insieme alle parole.
E' un mercoledì, sono le sette del mattino: mia madre bussa alla porta della mia camera. Dobbiamo subito tornare a casa, un tassista guiderà la macchina di papà.
Viene ricoverato alla Clinica San Carlo di Mercurago.
Giovedì torno a scuola, mia madre viene a prendermi all'una. Voglio andare alla clinica ma dice che non serve, devo studiare per recuperare le lezioni perse.
Lo stesso Venerdì.
Sabato pomeriggio, a piedi, arrivo alla clinica:sono le tre del pomeriggio.
Mio padre è strano, gonfio in viso, cerca di scherzare ma la voce esce a fatica, le parole quasi sconnesse. Poco dopo entra in coma.
Mia sorella arriva da Ferrara troppo tardi: ha portato il suo piccolino nato due mesi prima ma ormai non può più vedere nessuno.
Alle sette di sera decidono di andare a casa, ma io devo restare, non si può lasciarlo da solo.
Dico di no, che non voglio ma loro escono.
Resto con mio padre, sola nella camera.
So che morirà e sono terrorizzata dal fatto che accada proprio mentre sono sola con lui.
Gli occhi chiusi, il tubicino con l'ossigeno, la fronte imperlata di sudore.
Cosa fare? Cosa dire? Gli asciugo con il mio fazzoletto la fronte e piango e impreco silenziosamente dentro di me perchè mi hanno lasciato sola.
La mia impotenza mi annienta, mi chiude la gola e non riesco a dirgli :ti voglio bene papà.
Perchè a quindici anni sono impreparata alla morte, sono un'adolescente egoista che si vergogna di mostrare i buoni sentimenti.
Il tempo sembra cristallizzarsi.
Poi mia madre arriva e lo lascio.
Alle quattro del mattino suona il telefono, uno squillo pesante, antico e la voce di mia madre che dice: Il papà è morto.
Non dico nulla e riaggancio.
Di nuovo il telefono ringhia.
Hai capito cosa ho detto? Devi portare il vestito...
Vestito, vestito...cosa vuol dire vestito, che devi vestire un morto???
Meno male che mia nonna è esperta di morte e prepara quello che occorre.
Mi ricordo che salgo sull'auto di mia sorella, la fronte appoggiata al finestrino sento le campane suonare l'Ave Maria. Non piango, non scende neanche una lacrima.
Non capisco subito cosa sia realmente accaduto.
C'è tanta gente intorno a me.
Mi chiudo nella mia stanza e ascolto Crazy Diamond. Per tutto il giorno gira la cassetta dei Pink Floyd, poi viene il momento del funerale.
Scendo in cortile e sono sorpresa di vedere i miei compagni del ginnasio, sono quasi imbarazzata.
E' un lunedì di febbraio, il sole splende nel cielo azzurro, a contrasto con i nostri abiti neri.
Poi il carro funebre parte e in quel partire sento la lacerazione della separazione e finalmente le lacrime scorrono.
Ma il dolore peggiore deve ancora venire perchè ancora non so cosa voglia dire morire.
Lo scopro giorni più tardi, quando sento il pendolo battere le cinque ma la porta di casa non si apre e mio padre non torna.
Quando la domenica mattina mi sveglio e lui non arriva a sedersi sul mio letto per dirmi : svegliati pigrona! Sono le nove!, facendomi arrabbiare.
E dentro di me grido: dove sei? mille e mille volte.
C'è solo la sua assenza che mi parla di lui.
Una notte sola l'ho sognato.
Ero con lui su una barca, io remavo lui mi guardava triste. Scivolavamo sotto i rami dei salici sull'acqua tranquilla. Poi mio padre ha scosso la testa amareggiato e mi ha detto:Hia scattato un intero rullino ma non hai nemmeno pensato di fare una foto a tuo padre.
Ed è stato proprio così: sulla spiaggia ho fotografato gabbiani, cani sconosciuti, sabbia e mare, me stessa.
Sempre presa e piena solo di me ho sprecato il mio tempo in cose futili e l'ho perso.
Ancora adesso certe notti nella mia mente grido :Dovei sei? e lacrime silenziose e tiepide bagnano il mio cuscino.

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